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“Carol – The Price of Salt”, di Patricia Highsmith (1952)

Quasi due anni fa recensivo “Carol”, il film di Todd Haynes che pareva fare strage di cuori cinefili e che oggi, a distanza di una manciata di mesi, sembra essere già dimenticato. Non rimarrà certo negli annali della storia cinematografica, mi pare assodato, ma non ritengo possibile riferirsi con lo stesso dispregio al romanzo da cui esso è tratto, il quale, pur narrando la medesima vicenda, è di tutt’altro spessore, tutt’altra profondità. Due prodotti assolutamente slegati, in definitiva. Il romanzo a cui mi riferisco è “The Price of Salt“, poi rinominato “Carol”, di Patricia Highsmith, una delle più prolifiche e celebri scrittrici americane.

Ricordo che molti anni fa avevo un’amica, con cui spesso andavo in biblioteca, che adorava la Highsmith ed immancabilmente finiva per prendere in prestito qualche suo libro dallo scaffale; ne parlava come di un guilty pleasure, qualcosa di irresistibile ma di cui vergognarsi, e non avendo mai letto nulla dell’autrice, ciò mi trasmise il timore che si trattasse di una scrittura piatta e vuota, come spesso accade per gli attuali best seller, le cui vendite esplosive sono dovute a motivi misteriosi che la mia intelligenza limitata non arriva a comprendere. È stato dunque con una certa diffidenza che qualche anno fa mi sono accostata a questo romanzo, di cui avevo letto recensioni positive che mi avevano incuriosito. E anticipo subito che sono bastate davvero poche pagine per sciogliere i miei dubbi e scoprire un romanzo molto più complesso ed evocativo di quello che la pura narrazione del plot potrebbe suggerire.

“The Price of Salt” è sicuramente una storia d’amore poco convenzionale per l’epoca, quella fra due donne, Carol e Therese, ma è molto di più. È un viaggio negli Stati Uniti del secondo Dopoguerra, in quel mondo di benessere forse illusorio, forse vacuo, che cela tante anime schiave del lavoro e ostaggi della società. Ecco, ciò che mi ha fatto immediatamente entrare in empatia con il romanzo è stato l’inizio del romanzo, quelle pagine intessute di alienazione in cui Therese, la giovanissima protagonista, osserva i grandi magazzini in cui lavora dall’alto del suo contratto di poche settimane, destinato a terminare dopo il boom lavorativo delle feste natalizie. Sarebbe sbagliato definire “The Price of Salt” un romanzo sentimentale. Si tratta di un’opera in cui si riverberano numerose suggestioni e problematiche della cultura americana anni ’50, e che, nonostante sia solo il secondo romanzo di Patricia Highsmith, rivela già una maturità stilistica e narrativa che poco ha a che fare con le consuete acerbità degli esordi.

“The Price of Salt” inizia nella mensa dei grandi magazzini, dove Therese sta spiluccando il suo poco invitante pasto ragionando su come ci si debba sentire dopo aver lavorato in quell’ambiente per decenni. Il suo è un lavoro temporaneo; l’azienda ha richiesto un incremento di commessi per il periodo festivo, e Therese vive il proprio estenuante lavoro conscia che non durerà a lungo, consapevole di avere un piede fuori dai magazzini. Il suo vero lavoro è quello di scenografa, anche se, a soli 19 anni, è ancora agli inizi della professione. Nei progetti c’è anche un viaggio in Europa con Richard, il ragazzo con cui si accompagna in un’ambigua relazione che non è chiaramente sentimentale e nemmeno amicale. Tra questi tre poli si muove la vita di Therese, e assieme a lei il romanzo della Highsmith, in un’atmosfera di ovattata estraneità identitaria e di rassegnata indolenza che all’improvviso, come dopo una potente scarica di elettricità, si dissolve quando gli occhi di Therese incrociano quelli di Carol.

L’America raccontata dalla Highsmith non è quel magnifico luogo di opportunità che il sogno a stelle e strisce ci consegna. Therese vive il suo lavoro temporaneo presso i magazzini Frankenberg con il sollievo di chi presto terminerà l’esperienza, ma al tempo stesso non può evitare di sentirsene risucchiata. Gli stessi progetti di fuga in Europa, alla ricerca di un lavoro nel mondo dell’arte che tanto le è affine, le paiono irrealizzabili tra quelle anguste mura di prigione.

“Sapeva che cosa la turbava in quel grande negozio. Era il genere di cosa che non avrebbe cercato di spiegare a Richard. Erano, intensificate, quelle stesse cose che sempre l’avevano turbata, da che aveva uso di memoria: le azioni prive di scopo, le incombenze insignificanti fatte apposta, sembrava, per impedirle di fare quello che avrebbe desiderato, che avrebbe potuto fare. E lì erano i procedimenti complicati con il denaro degli incassi, i controlli dei cappotti, gli orologi marcatempo che impedivano alle persone perfino di servire il magazzino al massimo della loro efficienza: la sensazione che ciascuno fosse nell’impossibilità di comunicare con chiunque altro e vivesse su un piano completamente sbagliato, così che il significato, il messaggio, l’amore o quant’altro ciascuna vita possedeva, non potessero mai avere modo di esprimersi.”

Quel lavoro alienante le entra in ogni fibra, diviene quasi un’ossessione che le rimane sottopelle, nelle forme della signora Robichek, terzo piano reparto maglioni. Un incontro, il loro, breve e rarefatto. Therese fugge dalla possibilità di divenire amica di una persona che le ricorda, come un monito, la donna che non vuole assolutamente diventare.

“Stai troppo in piedi al negozio,” stava dicendo la signora Robichek. “Questi Natali sono uno strazio. Ne ho già visti quattro, io. Devi imparare a risparmiarti un po’.”
Risparmiarsi strisciando giù per le scale, aggrappata alla ringhiera. Risparmiarsi pranzando alla mensa. Risparmiarsi sfilandosi le scarpe dai piedi callosi come la fila delle donne appollaiate sul radiatore nella stanza delle commesse, a contendersene un pezzetto per appoggiarci sopra un giornale e sedersi per pochi minuti.

L’immagine deforme e pesante della signora Rubichek, che scende a fatica le scale, ingobbita e depressa, perseguita Therese anche con Carol, anche dopo Carol. È l’immagine di una vita dedicata ai sacrifici, al lavoro, che dopo anni di privazioni richiede ancora sacrifici e lavoro, in una spirale senza senso e senza fine. Eppure la signora Rubichek è anche l’unica persona del Frankenberg con cui Therese costruisce un rapporto venato di umanità, perché solo da lei si sente trattata con affetto e calore, quando la stanchezza e l’avvilimento lo consentono. È anche, e forse soprattutto, questo ad alimentare l’interesse indelebile di Therese per la signora Rubichek, in uno sfondo di indifferenza e solitudine che la rendono gelosa persino dei rapporti familiari che altre colleghe hanno con il capo, di cui pure nulla le interessa. Al Frankenberg Therese non può che qualificarsi con il suo codice di commessa, 645 A. Un codice, un numero, un’etichetta, oltre i quali esiste e vive una ragazza di diciannove anni, orfana di padre, cresciuta dalle suore in orfanotrofio mentre la madre si creava una nuova famiglia, aspirante scenografa, giovane adulta ancora nascosta nel suo bozzolo, e soprattutto irrimediabilmente sola.

La sua unica compagnia, con cui comunque continua a sentirsi sola e a distanza irrimediabile, è Richard, un giovane aspirante pittore con cui si frequenta senza chiarire mai la natura del loro rapporto. Echi di violenza e sottomissione si ravvisano nel rapporto tra lui e lei. Una violenza subdola, che non si nutre di schiaffi o ricatti, ma di pressioni culturali che diventano immediatamente concrete, seppur invisibili, nel rapporto con l’altro. Il rapporto con Richard è innanzitutto utilitaristico, per entrambi. Per Therese, la presenza di Richard e della sua famiglia costituiscono un affetto di cui è grata, una famiglia surrogata che è meglio del niente totale che altrimenti le rimarrebbe.

Si vedevano sempre più spesso, senza diventare per questo più intimi. Ancora non ne era innamorata, dopo ben dieci mesi, e forse non lo sarebbe mai stata, fermo restando il fatto di preferirlo a qualsiasi altra persona da lei conosciuta, e certo a qualsiasi uomo. A volte, svegliandosi al mattino e fissando senza vederlo il soffitto, ricordandosi improvvisamente di conoscerlo, ricordandone improvvisamente il volto splendente di affetto per lei, in seguito a qualche gesto tenero da parte sua, e prima che l’assonnato senso di vuoto avesse il tempo di riempirsi della realizzazione di che ora fosse, di quello che lei aveva da fare, della sostanza più concreta di cui era fatta l’esistenza, le sembrava di amarlo. Ma la sensazione non aveva alcuna somiglianza con quello che lei aveva letto sull’amore. L’amore, almeno in teoria, era una sorta di follia gioiosa. Nemmeno Richard, in verità, si comportava in modo gioiosamente folle.

Per Richard, Therese è una donna da possedere, di cui fare la propria moglie, da rendere madre. Un amore da trattare con un tatto e una delicatezza sotto cui però vi è l’insistenza di chi reclama un diritto che non si mette in discussione, a cui non è disposto a rinunciare. Un diritto primordiale di dominio mitigato da una comprensione e una gentilezza che sono quelle di un padrone in attesa paziente che l’altro si sottometta spontaneamente, regola di vita ineluttabile.

“Che ne diresti di cenare e poi di telefonare a Sam e Joan? Forse potremmo andare a trovarli, stasera.”
“D’accordo.” Detestava l’idea. Due delle persone più noiose che avesse mai conosciuto, un commesso di calzoleria e una segretaria, felicemente sposati, che abitavano nella Ventesima Strada Ovest. Sapeva che Richard intendeva indicarglieli come un modello di vita ideale, rammentarle che anche per loro due, un giorno, sarebbe stato possibile vivere nello stesso modo. Detestava l’idea, e in qualsiasi altra sera si sarebbe forse ribellata, ma la compassione per Richard prevaleva ancora in lei, e si trascinava dietro un’amorfa scia di colpa e la necessità di fare ammenda.

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Lei prese una bustina di fiammiferi da una mensola. Rifletteva tra sé che lui riconosceva soltanto l’umore “a migliaia di chilometri” quando, sentendola distante, si ritrovava come privo di lei. E le tornarono d’improvviso alla mente le volte in cui era andata a letto con lui, della sua distanza, in quei momenti, a paragone della vicinanza che si supponeva dovesse esservi, quella di cui tutti parlavano. Ma Richard non l’aveva avvertita, forse a causa del fatto materiale d’essere a letto insieme. E le passò per la mente, ora, nell’osservare Richard completamente assorbito dalla lettura, nel vederlo afferrarsi una ciocca di capelli con le dita rigide e grassocce e lisciarla, tirandola verso il naso, che lui aveva l’atteggiamento di chi sapeva d’avere un posto inalienabile nella vita di lei, e che il loro era un legame permanente, da non mettere in discussione, perché lui era il primo uomo con cui lei avesse fatto l’amore. Therese scagliò la bustina di fiammiferi verso la mensola, e una bottiglia di qualcosa si rovesciò.

L’adesione al punto di vista di Therese nei rapporti con l’azienda, all’inizio del romanzo, e con Richard per tutto il resto della narrazione, mostrano la sottigliezza psicologica di cui è capace la penna finissima di Patricia Highsmith. Echi di “Campana di vetro”, che Sylvia Plath avrebbe scritto solo nel 1961, si riverberano in questo mondo di emancipazione femminile in cui la donna continua tuttavia a sentirsi estranea e legata a lacciuoli che hanno cambiato forma e sono diventati meno visibili, e non per questo meno insidiosi. Therese e la Esther della Plath sono due giovanissime donne in cerca di una propria definizione femminile in una società moderna, in cui l’eccesso di restrizioni ha lasciato posto all’eccesso di libertà, alla mancanza di coordinate, ma in cui a guardar bene ad agitarsi è stata solo la superficie, mentre le profondità culturali rimangono intrise di pregiudizio, pressioni, aspettative. Therese, come Esther, deve fare i conti con il disorientamento della figura femminile che è sospinta ad emanciparsi ma non ha i reali strumenti e la reale libertà per farlo. Una situazione che, a sua volta, vive anche Carol, dall’alto della sua maturità e della sua esperienza di moglie, madre, e donna di classe appartenente alla ricca borghesia. Quasi inaspettatamente, un personaggio molto più maturo e adulto come Carol si scontra con diverse sfaccettature dello stesso disagio. In fase di divorzio da un marito che fa ancora avvertire pesantemente la propria presenza, Carol spiega a Therese:

“Non è amore. È bisogno di dominare. Penso che voglia tenermi sotto controllo. Scommetto che se fossi molto più scatenata ma non avessi mai un’opinione su niente al di fuori delle sue… […] Non ho mai fatto niente per metterlo in imbarazzo sotto il profilo sociale, e quella è la sola cosa di cui gli importi. C’è una tale, al club, e vorrei tanto che avesse sposato lei. Una che vive unicamente per offrire deliziose cenette, salvo poi farsi trasportare fuori dai migliori bar ubriaca fradicia. Ha contribuito al grande successo dell’agenzia pubblicitaria del marito, così lui sorride delle sue piccole colpe. Harge non sorriderebbe affatto, ma almeno avrebbe qualche ragione precisa per lamentarsi. Penso che abbia scelto me come avrebbe scelto un tappeto per il suo soggiorno, e ha commesso un grave errore.”

Nella difficoltà di avere un rapporto sano con un mondo in cui, come osserva Carol stessa, l’odio si avverte in misura sempre maggiore, Carol e Therese si incontrano, durante una giornata di frenetici acquisti natalizi, nel trionfo del consumismo moderno che maschera il vuoto e il degrado sociale, e, nonostante il bancone di Frankenberg che le separa, nonostante la ressa e il vociare della folla, si guardano e si riconoscono. È nel loro rapporto, di seduzione, intimità, distanza e riavvicinamento, è nel loro conoscersi profondamente, che Therese trova il “sale” di cui, sin dalle prime pagine, andava alla ricerca per la propria vita. Ed è un “sale” per cui è necessario pagare un caro prezzo, ce lo ricorda il titolo. Un prezzo fatto di rischio, biasimo, condanna sociale, umiliazione, coraggio. Un prezzo difficile da pagare per entrambe: per Carol, madre che rischia di perdere per sempre la propria bambina per decisione di avvocati e giudici, portavoce di una condanna che è innanzitutto culturale, e per Therese, in fondo ancora adolescente, ancora insicura, ancora inconsapevole di sé e delle proprie risorse.

Ma di quel “sale”, una volta sperimentato, non è possibile fare a meno. La storia d’amore tra le due protagoniste è una vicenda che si snoda tra due personaggi veramente ben scritti. La timida giovinezza spaesata di Therese fa da contraltare all’esperienza di Carol, eroina affascinante e possente che scalza Therese e conquista il titolo del libro, variato nell’edizione americana quando la Highsmith ammetterà finalmente di esserne l’autrice (si parla di tre decenni successivi alla prima pubblicazione).  Carol, personaggio a tutto tondo, in parte misterioso, in parte capriccioso e ammaliante, conquista il cuore di Therese ma anche l’attenzione del lettore, magneticamente attratto da una vita di sofferenze celate sotto la superficie del lusso, della noncuranza, dell’eleganza benestante. La fascinazione esercitata da Carol su Therese ha il sapore della seduzione con cui la donna adulta ed esperita conduce un gioco iniziato dalla donna giovane e desiderosa di esperienza. Quasi un rito di iniziazione, al termine del quale però un gesto di Carol, un movimento concitato del braccio, rivela che la storia non è stato un movimento unilaterale di Therese verso Carol, ma un movimento reciproco, in cui entrambe hanno percorso un cammino di maturazione e cambiamento. Non è bisogno di dominare, è amore.

“The Price of Salt” è dunque anche una storia di crescita e maturazione, di lento distacco da figure di adulti, di solitudine e rinascita. Ed è uno dei primi atti di una scrittrice che sa ben gestire immagini, suggestioni, dettagli, organizzazione e architettura del racconto; che sa ispirarsi alla migliore letteratura contemporanea, inclusa quella hard boiled di cui si respira l’aria in alcuni capitoli da Waterloo in poi. Una scoperta piacevole e appagante, per un lettore in cerca di stimoli.

Molto bella anche la soundtrack con cui la Highsmith accompagna il viaggio esistenziale delle sue eroine, in primo luogo “Easy Living” interpretata da Billie Holiday, perfetta cornice musicale ad una storia d’amore di grande sottigliezza ed acume, un amore che rende il senso di una vita, dell’esistenza.

Verso la metà dell’isolato, aprì la porta di una caffetteria, ma stavano suonando una delle canzoni che lei aveva udito quasi dappertutto con Carol, così lasciò che la porta si richiudesse e si rimise in cammino. La musica viveva, ma il mondo era morto. E la canzone sarebbe morta, un giorno, ma come il mondo sarebbe tornato alla vita? Come avrebbe ritrovato il suo sale?

 

 

 

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