Cinema

“Butterfly – Hu Die”, di Yan Yan Mak (2004)

Hong Kong è un territorio che trovo molto interessante per via della sua storia, della sua cultura ibrida tra Occidente e Oriente. Fa parte di quell’Asia dal passato travagliato e dalla cultura sfuggente che finiscono per riflettersi inevitabilmente anche nelle produzioni cinematografiche, e “Butterfly – Hu die” di Yan Yan Mak ne è un esempio.

Già in sede di sceneggiatura l’intreccio tra Storia collettiva e vicende personali è contemplato. La narrazione è condotta tramite una serie di flashback che sviscerano due storie intrecciate: la relazione amorosa tra due giovani studentesse, Flavia e Jin, all’epoca dei fatti di Piazza Tian’anmen, e il matrimonio in crisi della stessa Flavia adulta dopo l’incontro con una giovane cantante.
La vicenda ci mostra pertanto il personaggio principale, Flavia, ai tempi dell’adolescenza e della intensa relazione con Jin, e, diversi anni dopo, insegnante la cui regolare vita matrimoniale è messa in discussione da un secondo amore lesbico. Il personaggio di Flavia, forse per la sua passività, forse perché messo in ombra dagli altri, sembra il meno interessante tra quelli proposti. Molto più viscerale risulta Jin, adolescente tormentata che prende attivamente parte alle proteste a sostegno della Primavera democratica cinese, che cerca rifugio al proprio inappagabile desiderio di giustizia nell’amore per Flavia, e che, non trovandolo, finisce per divenire monaca buddista. Jin è l’espressione della vitalità di una Cina che vorrebbe la democrazia, vorrebbe la libertà, ma anche di una Hong Kong che prefigura il futuro passaggio di consegne dall’Inghilterra alla Cina (1997), oltre ad essere la rappresentazione di un’adolescente vitale, appassionata, che vive di ciò che ama, che segue le pulsioni del proprio animo irrequieto, e non può adattarsi a quanto la società ha stabilito per lei.
Dall’altro lato c’è Yip, la seconda amante di Flavia, un personaggio in qualche modo speculare a Jin. Yip ha già la spregiudicatezza del mondo occidentale, ma anche la forza di una mentalità che, almeno relativamente all’omosessualità, ha acquisito consapevolezza e diritto di essere. Yip inizialmente sembra usare gli altri, le sue amanti, per farsi mantenere e nutrire, per trarne dei vantaggi, senza subdole ipocrisie, ma con un atteggiamento diretto, schietto, che mette subito in chiaro cosa intende ricevere. Da ragazzina presto cresciuta, Yip pretende l’aiuto altrui, è abituata a sopravvivere senza certezze e adattandosi alle situazioni, e ha la maturità per riconoscere l’amore per Flavia e la pervicace pazienza necessaria per viverlo.

Sono due aspetti di una Honk Kong che sembra profondamente mutata nell’arco di quindici anni; che ancora mostra i retaggi di una cultura di condanna all’omosessualità, ma anche la strada  di un affrancamento. È una Hong Kong più vicina all’Occidente che all’Oriente, che sembra, in qualche modo, non mostrare segni del trasferimento di sovranità avvenuto nel 1997.

“Butterfly” avrebbe dunque le carte in regola per mostrarsi affresco plurigenerazionale della Storia identitaria di Hong Kong. Eppure non lo si può definire del tutto riuscito. Sebbene uno dei pregi della pellicola sia la malinconia di cui è intrisa la vicenda raccontata in flashback, e la conseguente fine di un amore così profondo, e sebbene i 124 minuti di durata permetterebbero un agevole dispiegarsi della vicenda e dell’approfondimento dei personaggi, qualcosa non funziona, a partire dalla sbiadita protagonista. Allo spettatore rimane l’impressione, nonostante la congrua durata, di una superficialità nella caratterizzazione di alcuni personaggi e di alcune situazioni, incluso lo sfondo storico che tanta parte di importanza avrebbe nello script della vicenda e che invece rimane, appunto, mero e semplice sfondo, quasi delegittimato proprio dalla scelta della coprotagonista di diventare monaca, rinnegando il precedente impegno attivista. Saranno forse gli occhi di una spettatrice occidentale che osserva la vicenda con i propri schemi, non perfettamente compatibili con quelli della cultura del film, ma rimane l’idea di una vicenda che avrebbe potuto osare di più, su più fronti, e che ha invece dovuto, in qualche modo, trattenersi. In questo non considero il latente filo-americanismo che soggiace soprattutto nei flashback storici, e che è, in fondo, una costante nei paesi di area comunista.

Nonostante ciò, e a dispetto della durata, rimane un film coinvolgente, ben girato e recitato, attraversato da una nota malinconica che ne aumenta la suggestione. Il cinema orientale, qui in Occidente conosciuto solo per pochi nomi, ha invece molto altro da offrire, e si mostra ancora una volta di un certo interesse.

Film inedito in Italia. Sottotitoli italiani reperibili su Asianworld.

 

 

La mia valutazione:

 

[rating=7]

 

Hu die

 

 

 

Origine:Hong Kong
Durata: 124′
Soggetto: Chen Xue
Sceneggiatura: Yan Yan Mak
Fotografia: Charlie Lam
Montaggio: Yan Yan Mak
Interpreti: Josie Ho, Eric Kot, Tian Yuan, Isabel Chan, Joman Chaing

 

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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