Cinema

“Bright Star”, Jane Campion (2009)

Non è affare semplice mettere in scena la vita di un artista. Negli ultimi tempi ho potuto visionare due esempi di film che hanno tentato di raccontare un poeta, nel caso di “Il giovane favoloso”, e un pittore, nel caso di “Mr. Turner”. Entrambi mi hanno lasciata insoddisfatta e poco convinta per i motivi descritti nelle rispettive recensioni.

Invece “Bright Star” di Jane Campion mi è parsa una visione molto più soddisfacente e suggestiva. L’artista al centro di questo film è il poeta John Keats, la cui vita non è raccontata da principio, ma negli ultimi tre anni di vita; precisamente dall’incontro con Fanny Brawne, la donna da lui amata, a cui era segretamente fidanzato, e che divenne ispirazione per alcuni dei suoi versi migliori, incluso il sonetto “Bright star, would I were stedfast as thou art” da cui la Campion ha tratto il titolo della propria pellicola.

La chiave di lettura scelta dalla regista è la correlazione tra amore e poesia (e morte), magari poco originale, soprattutto parlando di un poeta del Romanticismo, ma decisamente efficace, anche per via della decisione di filtrare il racconto tramite il punto di vista di Fanny, che diventerà inevitabilmente la protagonista del film.
Inoltre le atmosfere sospese e sensuali, quasi misteriose e magiche, proprie dell’innamoramento, sono decisamente nelle corde narrative della Campion, la quale investe così la propria storia di erotismo sublimato, di suggestioni che nascono da sguardi, colori, elementi naturali. Il vento, la pioggia, l’erba, suggeriscono l’amore che ispira i versi del poeta, un giovane uomo malato e povero, già vittima di una serie di lutti famigliari e oppresso dalla malattia, dall’impossibilità di condurre una vita decente e dalla critica letteraria che gli era palesemente ostile.
Come ricordato dal film, Keats fu aiutato economicamente da alcuni amici poeti. Charles Armitage Brown lo ospitò per lungo tempo e viaggiò con lui, tentando di prendersi cura della sua salute e della sua ispirazione. Percy Bysshe Shelley, invece, lo invitò in Italia, nella sua residenza romana a Piazza di Spagna, con la speranza di strappare Keats alla tubercolosi che lo consumava. Ciò tuttavia non salvò il poeta da una morte prematura che lo colse nel 1821 a Roma, lontano da Fanny.

Jane Campion intuisce il Romanticismo insito nella vicenda reale di Keats e Brawne, e sa guardare con occhio personale elementi che appartengono all’immaginario relativo alla corrente letteraria romantica, quali l’impossibilità concreta della relazione amorosa, la trasfusione del poeta con gli elementi naturali, e l’inesorabile legame tra Eros e Thanatos, espresso non solo nel senso di morte che accompagna il protagonista del film, ma anche nella morte metaforica di Fanny Brawne, la civettuola, impertinente, arguta fanciulla che ama ballare nei ricevimenti e cucire da sé vestiti con cui essere ammirata e osservata; la stessa Fanny Brawne che perderà il sorriso malizioso e la parola irriverente per divenire diafana e seria, melanconica e cogitabonda. L’amore investe la sua vita e la sua persona come una forza naturale a cui è impossibile opporre resistenza, e da cui anzi si viene sensualmente sedotti.

 

Bright Star

 

Nei suoi lavori precedenti, la regista neozelandese pareva aver perso l’ispirazione intensa e in un certo senso primordiale che aveva caratterizzato opere notevoli come “An angel at my table” e “The Piano”. Con “Bright Star” torna invece ad una dimensione intima, quasi misterica, e rende affascinante un mondo cinematograficamente reso piatto dalle manierate e leziose trasposizioni su pellicola, quale quello dell’Inghilterra ottocentesca. Restituisce la suggestione della natura e del sentimento che le didascaliche interpretazioni scolastiche del Romanticismo a volte offuscano, e trasmette una sensazione di calore, intimità e impotenza che nasce dallo sguardo con cui affronta la materia. Lo spettatore vive una sensazione di familiarità domestica accresciuta dalla delicatezza con cui sono tratteggiati i personaggi di contorno, in particolare dalla discrezione della famiglia Brawne rappresentata da quel fratello bambino che si sente responsabile di una sorella assai più grande di lui e la segue e la osserva a distanza per concederle libertà e al contempo vegliare su di lei.

Keats e Fanny, resi a loro volta bambini dal loro amore, si ritrovano adulti indifesi contro quelle forze, sociali e naturali, che non possono fermare, ma che devono accogliere ed accettare per vivere il loro inesorabile amore.

 

Bright Star 3

 

 

La mia valutazione:

[rating=8]

 

 

 

“Bright Star”, di Jane Campion.

Sceneggiatura: Jane Campion.

Con Ben Whishaw, Abbie Cornish, Paul Schneider, Thomas Sangster, Jonathan Aris, Samuel Barnett, Antonia Campbell-Hughes, Samuel Roukin, Roger Ashton-Griffiths.

Produzione: Australia, Francia, Gran Bretagna, 120′.

 

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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