Cinema

“Blue Jasmine”, Woody Allen, 2013

Mi verrebbe da scrivere che Woody Allen è tornato. Ma sarebbe un’espressione impropria, da un certo punto di vista.

Non vedevo un suo film dal 2011, da “Midnight in Paris”, che sì, sul momento potè anche divertirmi per i giochi di riconoscimento pseudo-culturali inseriti per rendere felice e godereccio il suo pubblico, ma che già dopo poche ore dalla visione mi lasciò un senso di delusione e tristezza per un regista che si era felicemente rifugiato nei più vetusti e scafati luoghi comuni mettendone al servizio la propria vena brillante e dissacrante e creando, in definitiva, un film che, a mio avviso, non parla assolutamente di nulla.

La locandina di “Blue Jasmine” con il semi-profilo della meravigliosa Cate Blanchett mi ha convinto a tentare una riappacificazione con un cineasta che, questa volta, non mi ha deluso affatto, e, seppur tanto lontano dai suoi capolavori (come forse è giusto che sia, altrimenti non vi sarebbe evoluzione), è tornato con un film carico di sguardo e di amarezza; un film che è rimasto, nonostante i diversi giorni trascorsi dalla visione.

Jasmine sta tentando di superare un tracollo nervoso dopo che la sua vita di lusso, agi e feste di beneficenza è stata distrutta dall’arresto e dal suicidio del marito. Si trasferisce dalla sorella Ginger e tenta di superare il momento difficile e di ricostruirsi una vita.

Il film sembra costruito su dualismi.

Dualismo nel montaggio alternato che mostra i disperati tentativi di sopravvivere di Jasmine e al contempo la sua storia da moglie felice, agiata e appagata.

Dualismo nel tratteggiare la protagonista sprezzante, snob e condiscendente con un mondo in cui non si ritrova e al contempo nel ritrarla come un essere umano disperatamente solo e in crisi che non ha appigli a cui aggrapparsi per evitare che la sua mente vada in mille pezzi.

Dualismo nel rappresentare un mondo esterno in cui nulla è veramente come si presenta, e che è incerto su come comportarsi e come essere nei confronti di Jasmine; che è accogliente ma anche giudicante; disponibile, ma ponendo dei limiti; comprensivo, ma solo in superficie. Ogni personaggio che entra in scena è mosso da interesse personale, o è infastidito, o si allontana, o non riesce ad essere disponibile fino in fondo, rispetto alla protagonista. Allen mette così in scena il dramma di un tempo in cui il dolore fa paura e allontana le persone.

Cate Blanchett è splendida come sempre, innata raffinatezza che non viene scalfita neppure dallo sguardo perennemente perso, gli occhi rossi e gonfi, il vodka-martini sempre a portata di mano. Ottima la sua interpretazione, la sua lenta discesa in un incubo psicologico che la porta in un mondo sempre più lontano e spezzato.

Senza di lei – che pure ho ascoltato in versione doppiata, e stimo che in originale renda molto di più – il film non sarebbe quello che è. La sua interpretazione del crollo nervoso è funzionale alla messa in scena amara e disillusa di un regista che ha ancora tanto da dire.

 

La mia valutazione: 7/10

 

 

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

4 Comments

  • Jules

    Ciao, Asaka.
    Visto in v.o. con sottotitoli in italiano alcune settimane fa….
    Dunque, non sono mai stato un fan di W.Allen ma ho sempre apprezzato la sua scrittura tagliente, spesso caratterizzata da dialoghi fulminei in puro “yankee style”.

    Quindi ho fatto non poca fatica a seguire i vari scambi di battute proprio per questo motivo….. ma dopo un po’ ho ingranato la marcia e ho potuto gustarmi la fenomenale interpretazione di Cate Blanchett (forse la sua migliore).
    Semplicemente esemplare nel passare agevolmente dalla pelliccia di visone a un più realistico ‘mantello di disperazione’.
    In ogni momento pareva essere sul punto del collasso, rendeva quasi ansioso lo spettatore. Non vedevo l’ora che scoppiasse….. ma non per sadismo, quanto piuttosto per togliermi quel ‘peso’ di dosso…. ossia questa sua insofferenza mai palesata appieno (se non nelle fasi finali).
    È stato quasi un sollievo (più per me che per lei) vederla crollare, una sorta di liberazione.
    È stata un’autentica maestra. L’ho osservata con gli occhi stupefatti di un cinefilo in piena fase di ammirazione.

    • Asaka

      Ciao Jules, nemmeno io sono una fan di Allen.
      Concordo con te; in sostanza, molto del valore del film risiede in Cate Blanchett. Per tutto il film ha quello sguardo da persona che sta per annegare e si mantiene in apnea non si sa con quale forza.
      Il resto del film ha senso solo se rapportato al suo personaggio – e alla sua interpretazione.
      Quanto al suo crollo, a me ha sortito un effetto diverso; mi sentii bruciare l’intestino, al cinema… 🙂

  • Jules

    hehehe…. io sono decisamente più maligno. Adoro vedere la gente soffrire perché spesso – in quello stato – emerge la loro vera personalità….
    Diventano più disinibite, abbandonano le loro maschere e si mostrano per ciò che sono realmente. Poi c’è anche chi è in grado di mantenere quell’inquietudine più a lungo…. ma non so quanto convenga farlo perché è evidente che continuando a prendersi in giro si finisca per corrodersi e basta.
    Anche qui forse c’era qualcosa di ineluttabile: il crollo psicologico (bellissimo! XD).

    • Asaka

      Sullo schermo l’abbandono della maschera può essere catartico; del resto questo è un topos che la nostra cultura ci ha tramandato dai tempi della tragedia greca. Il momento di maggior tensione è il momento che rivela e purifica.

      Nella realtà, che è altro dalle narrazioni, tendo a credere che una persona non sia solo quella che si rivela nel momento di debolezza e sofferenza, ma sia unica e completa in tutta la sua interezza: quando cammina a passo spedito, quando corre, quando ansima, quando cade, quando si rialza, quando zoppica, quando riesce a fingere di stare bene e non zoppicare.

      Completamente d’accordo con te sul prendersi in giro, ma la vita è di chi la vive, quindi se ha bisogno di farlo, la cosa riguarda lui… Ma qui si aprirebbe un discorso molto articolato che non mi va di liquidare in maniera banale.

      Un’ultima nota, sul film questa volta: il personaggio interpretato dalla Blanchett non è certo una santa, ma a me ha colpito la simpatia (in senso etimologico) con cui Allen ha restituito il suo sempre più forte scollarsi dal mondo altrui. Scambiando opinioni con qualcun altro che l’ha visto mi ha detto l’esatto contrario, che essendo un personaggio negativo, si è meritata tutto…
      Potere della celluloide… 🙂

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