Cinema

“Blue Gate Crossing”, di Yee Chin-yen (2002)

Il cinema orientale di rado ha l’occasione di lasciarsi conoscere dagli spettatori occidentali. Salvo particolari registi che, per la loro grandezza o per la vicinanza ad un linguaggio artistico più consono al nostro, hanno reso noto il proprio nome anche da noi, si tratta di un cinema in gran parte sconosciuto, e che tuttavia riserva pellicole di grande bellezza, come “Blue Gate Crossing” di Yee Chin-yen, un film sull’adolescenza, territorio tanto esplorato dall’arte quanto ancora sostanzialmente sconosciuto. Complice un passaggio fugace a Cannes nel 2002, la pellicola è stata anche doppiata e diffusa in Italia con il titolo di “Incrocio d’amore”, rimanendo tuttavia pressoché ignota se non agli estimatori del cinema orientale. In realtà “orientale” è anche un aggettivo estremamente indefinito, per la vastità storica, culturale e territoriale di un continente molto composito ed eterogeneo. “Blue Gate Crossing” nello specifico appartiene al panorama cinematografico taiwanese, che negli ultimi vent’anni sembra aver conosciuto una particolare nuova giovinezza. Ed in effetti è difficile non rimanere folgorati dalla freschezza e dall’acume con cui il regista propone la storia di tre giovani studenti legati da amori reciprocamente non ricambiati; una trama potenzialmente risaputa che si tramuta invece in una delicata e attenta narrazione del mondo adolescenziale, in bilico tra l’età di bambino e quella dell’adulto consapevole della propria identità, che ha nella scuola il principale punto di riferimento, oltre cui c’è la conoscenza di sé e dell’altro, deludente o gratificante a seconda dei casi che la vita ci para dinanzi. Così Kerou, la diciassettenne protagonista del film, trascorre le sue giornate languendo pigramente sui banchi di scuola o sul pavimento di casa, in una noia che è quasi un tormento, forse placato o forse aumentato dalla presenza della migliore amica Yuezhen, per cui Kerou, pur lasciandosi pregare, è disposta a fare tutto. Anche abbordare Shihao, il ragazzo per cui Yuezhen ha una cotta, e fare da intermediaria tra di loro. Rostand sembra quasi fare capolino nel film: Kerou, novella Cyrano, si ritrova ad aiutare l’amica amata a realizzare il suo desiderio sentimentale. Kerou infatti è innamorata di Yuezhen, e forse dietro il suo languore si cela il rovello continuo di chi è in cerca della propria identità. E cercando e amando, trova il vivace, allegro e trasparente Shihao, adorabile testa calda che intraprende un gioco di seduzione da cui esce perdutamente innamorato. Svolgendo questa trama, il regista conduce lo spettatore lungo un intreccio di sguardi e metafore, in cui ogni scena si carica di densi significati pur senza indugiare nel dramma e mantendendosi fedele ad una quotidianità fatta di problemi e dubbi ma anche giochi e sorprendenti momenti di leggerezza. La stessa leggerezza con cui ci si ritrova a ballare allegramente con la persona che si ama indossando la maschera riproducente le fattezze del rivale in amore, in una scena che è al contempo dramma del rifiuto e del sacrificio di sé e gioia per la presenza dell’amata. Quell’abbraccio non è il vero abbraccio che ciascuna delle due desidera, e quell’abbandono non è il vero abbandono che ci si può concedere tra le braccia di chi si ama. In questo mondo di finzione, lo sguardo diretto e ridente di Shihao, il suo allegro fuggire e lasciarsi rincorrere, diventa un modo per non mentire più e per avere il coraggio di cercare sé stessi. E anche se amicizia e amore mal s’incastrano e non trovano con facilità un equilibrio, anche se essere imitati da chi fa le nostre stesse mosse può tramutarsi, da gesto di seduzione, in gesto di minaccia, quel cancello del titolo, il cancello della scuola, che è anche cancello di un’età e di una nuova maturità, forse alla fine può essere attraversato con una corsa liberatoria e forsennata in bicicletta.

Costruito con una narrazione pacata ma fresca, con immagini suggestive e penetranti, mai banali, e con attori dalla recitazione convincente e a tratti trascinante, “Blue Gate Crossing” è un’opera da riscoprire e apprezzare, un primo approccio per avvicinarsi ad una cultura cinematografica che ha molto da offrire e da ammirare.

 

La mia valutazione: 8/10

 

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Tit. or. “Lan se da men”, di Yee Chin-yen
Taiwan/Francia, 2002.
85 minuti
Con Chen Bo-Lin, Guey Lun-Mey, Liang Shu-Hui  

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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