Riflessioni personali

Bilancio di un’altra fine

Ero certa che arrivata in questo periodo avrei pensato ciò che segue…

Strano e contraddittorio è l’animo umano, e il mio lo è in maniera impietosa. Dopo mesi passati a lamentarmi di voler cambiare lavoro, voler cambiare vita, voler cambiar pianeta, voler cambiare genere animale di appartenenza, mi ritrovo a sentirmi strana per l’ennesima scadenza di contratto, per l’ennesimo addio, per l’ennesima angoscia verso ciò che avverrà e che non posso prevedere. Questo anche se fino a ieri mi sono comportata come una carcerata che prova ad evadere di prigione. Lo vedete che significa avere 5 diavoletti che fanno baccano dentro la propria testa? 😆

Il cuore nevralgico di questa strana e spiacevole sensazione è il distacco dalle personcine per cui e con cui ho lavorato tanti mesi. Quelle personcine mi mancheranno tanto, già mi mancano da giorni. Per la loro vivacità, per l’allegria, per il lato crepuscolare che a volte lasciavano intravedere senza volerlo, per l’attenzione con cui mi ascoltavano… (poi però facevano tutto il contrario di quello che gli avevo detto! :mrgreen:)  Mi mancano i loro gesti, i loro modi di dire, le voci, le inflessioni, le bugie che mi dicevano pensando che ci credessi… i riti, l’intesa che si era creata, i soprannomi con cui li prendevo in giro (sì, soprannomi a valanga anche a loro :P), i tentativi di farmi ridere quando dovevo essere seria (e quando fingevo di essere seria), la voce tremolante quando toccava dare prova del loro sapere, o l’emozione e il rossore di quando si parlava a tu per tu da adulto ad adulto… È strano come a volte, laddove il contesto sociale e famigliare è più svantaggiato, queste personcine, nella loro inconsapevole umiltà, rivelino un disperato bisogno di affetto e di punti di riferimento; ed è strano diventare il loro punto di riferimento. Fa anche un po’ paura. È strano fare qualsiasi cosa e sentirsi osservati, scrutati, soppesati con curiosità, interesse, emulazione. È strano vedere il volto che si rabbuia dopo un rimprovero, o la luce strana che si accende nello sguardo in quel preciso ed epifanico momento in cui quell’autore, quel poeta, quel momento storico, è stato interiorizzato… no, di più, è stato riconosciuto, riconosciuto come qualcosa di affine, di familiare, di intimo, una parte di sé che era rimasta latente sino a quel momento. È strano… ed è indicibilmente struggente. Ed è forse questo il freno più forte che avverto ogni volta che dico di voler cambiare lavoro, di voler lasciare.

Non è stato così con tutti loro; con alcuni non sono riuscita a trovare la via perché fosse così, e con gli “ergastolani” l’approccio è stato ancora più difficile; ma molti altri pareva non aspettassero che l’occasione per instaurare un rapporto. Un motivo ci sarà se il sabato, a cui arrivavo completamente sfinita e sfibrata, per me era un giorno di riposo nonostante tornassi tardi a casa; proprio non mi riusciva di non rigenerarmi, in compagnia di quelle personcine adorabili.

E poi dovrei parlare dei colleghi, con molti dei quali in genere riesco a creare un rapporto dignitoso solo dopo molto tempo per via della mia difficoltà a calibrare nel giusto modo le relazioni interpersonali. La categoria lavorativa a cui appartengo manca di compattezza, e non posso dire di essere sempre orgogliosa di farvi parte (seppur con un piede fuori dalla scarpa). Raramente sono soddisfatta di come affrontiamo le problematiche da risolvere in maniera collegiale, e questo lo ritengo un grosso limite e una eccessiva debolezza. Tuttavia è impossibile anche per una come me trascorrere tanti mesi gomito a gomito con qualcuno senza affezionarmici. Non a tutti, eh? 😉 Ma a tanti di loro; per esempio ai miei concittadini, ai quali ero legata dal comune destino di avere tutti i privilegi ed il rispetto che toccano a chi viaggia per 120 kilometri ogni giorno (inutile dire che la mia proposizione è antifrastica, essendo io un’amante di tale figura retorica), e che non sto ad enumerare perché altrimenti mi commuoverei troppo… finirei per commuovermi tanto da scaraventare il notebook fuori dalla finestra. Meglio evitare, e tornare appunto ai miei concittadini; le caricate in macchina alle sette di mattina o alle otto/nove/dieci di sera tra sbadigli, risate e nitriti non possono non creare un legame (i nitriti soprattutto). Non ricordo d’esser mai riuscita a combinare un tubo in macchina con loro (tranne quando leggevo Salinger ;)); per quanto potessi rifugiarmi nell’angolo posteriore con il libro aperto, generalmente non terminavo la lettura nemmeno del primo rigo. A volte ho preferito viaggiare in pullman proprio nella speranza di avanzare di qualche pagina nei miei studi, dato il tempo veramente esiguo nella giornata. E per un po’ ci sono anche riuscita, fatti salvi i momenti in cui mi divertivo a dare fastidio ai viaggiatori limitrofi desiderosi di dormire. :mrgreen:  O quelli in cui provavo la compulsione di mandare sms assurdi anziché studiare (e quando dico assurdi intendo veramente assurdi… pirateria, pasticceria, pirateria + pasticceria…).
Dicevo, sms assurdi a parte, per un po’ ci sono riuscita, a far finta di studiare in pullman; poi è arrivata la collega editor e non ho combinato più nulla nemmeno lì. 😛 In compenso però nemmeno lei ha combinato nulla! 😉 Una volta tanto (una volta tanto?!) ero io a distrarre lei! Il fatto è che mi piaceva troppo ascoltarla parlare, e quindi io, che generalmente sono abbastanza riservata, finivo per farle il terzo grado di domande ad alto tasso esistenziale nel tentativo di carpire la sua visione del mondo. Non so cosa pensassero gli altri viaggiatori dei nostri discorsi un po’ diversi dal classico “Cosa ti mangi oggi?”, ma so che l’ultimo periodo, in cui per svariati cambi di orario ed impegni ci è capitato di viaggiare più di frequente assieme, me lo sono veramente goduto, e ne avvertirò fortemente la mancanza. Anche perché non mi capita spesso di sentir parlare delle missioni di pace dell’ONU in quei termini, o del meridionalismo, o del lavoro da persona viva, o della versione cinematografica di “Zazie nel métro” firmata Malle.
Chapeau alla mia concittadina che, pur nello sdegno di vivere in tanto degrado, riesce a trovare spunti culturali degni di interesse anche in una città che io considero del tutto anestetizzata e dormiente.
Chapeau perché nonostante tutto, nonostante qui non ci si possa veramente rilassare un attimo senza che qualcuno provi a imbrogliarti, ha sempre un sorriso per tutti.
Chapeau per non avermi mai mandato a quel paese (o peggio) nonostante l’alto tasso di deprimente patetismo dei miei discorsi (cioè, veramente, ma come cappero hai fatto a sopportarmi? XDDD ).
E chapeau infine perché ora ho preso anche io il vizio di grattarmi vicino le labbra quando sto riflettendo su come esprimere un concetto più complesso! 😀

Ma sarà un po’ di tutti i colleghi che avvertirò la mancanza… di quelli che cancellano il mio numero di telefono per fare spazio nella sim (XDDD), di quelli che mi prendevano in giro d’inverno perché quando la mattina li aspettavo all’angolo sembravo un pinguino sotto le stalattiti, di quelli con cui assaltare le gelaterie indigene, di quelli scambiati per attacchini alla fermata del pullman, di quelli che in pullman amano discorrere ininterrottamente e poi due secondi dopo crollano in modo fulmineo al primo rettilineo, di quelli che invece sanno che crolleranno al primo rettilineo, e si sistemano la giacca a mo’ di coperta (XDDD), di quelli che ti invitano sempre al ristorante e tu non puoi rifiutare, sarebbe inurbano… di quelli che ti invitano sempre al cinema e tu non puoi perché sei indietro, indietro, indietrissimo… di quelli che gioiscono con te quando sanno che hai superato una prova, di quelli che ti prestano tutto quello che possono, di quelli che ti rimproverano di essere troppo precisa però poi vengono da te a chiedere come funzioni la normativa, di quelli con cui parlare a viso aperto senza paura di essere giudicata o di veder riferite le tue parole, di quelli che ti accompagnano sin sotto casa anche se abitano in tutt’altra zona e a volte paese, di quelli che quando hai bisogno di qualcosa non devi nemmeno aprire la bocca, di quelli che ti si siedono sempre accanto perché vogliono chiacchierare con te…
Più scrivo e più mi rendo conto di quanto mi abbiano coccolata, quest’anno. Agli episodi spiacevoli e alle persone meno gentili non voglio pensare, ora…

 

“Don’t ever tell anybody anything. If you do, you start missing everybody.”

 

 

Mi fermo qui perché mi sono già dilungata sin troppo. Non ho mai amato i finali, ma anche se continuo a non amarli, con il tempo ho imparato quanto sia prezioso comprendere ciò che abbiamo posseduto sino a quel momento.
Generalmente queste riflessioni le tengo per me, ma questa volta ho voluto in parte condividerle con chi mi legge… Mi perdonerete la libertà che mi son presa?

Torno ai miei studi. Me’, Asaka, va’ fatiche! XDD

 

P.S. So che è contraddittorio quanto da me espresso in tanti post precedenti e quanto scritto ora, soprattutto relativamente alla questione del lavoro. Il fatto è che in realtà il mio sarebbe un lavoro bellissimo, se non vi fossero tanti ostacoli e tante storture a rovinarlo.

P.P.S. Ho finito per fare un elenco anche qui… sono un caso patologico! 😀

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

16 commenti

  • Alice

    E in un anno solo hai potuto raccogliere tutto questo? Allora, umanamente parlando puoi ritenerti fortunata, sai? Lavorativamente parlando, capisco la tua tristezza e lo sconforto, ma come ti ho già detto il talento prima o poi deve trovare il modo di emergere. Come vorrei che i miei figli incontrassero nella vita qualcuno che che facesse accadere questo miracolo: “la luce strana che si accende nello sguardo in quel preciso ed epifanico momento in cui quell’autore, quel poeta, quel momento storico, è stato interiorizzato… no, di più, è stato riconosciuto, riconosciuto come qualcosa di affine, di familiare, di intimo, una parte di sé che era rimasta latente sino a quel momento.”
    In bocca al lupo Asaka.

    • Asaka

      Sì, lo so, posso ritenermi fortunata… oddio, se dovessi parlare anche del resto il tono idilliaco andrebbe a farsi benedire… ma facciamo finta di dimenticare! 😉
      Io penso che prima o poi capiti a tutti di incontrare l’autore, i versi, le parole, in cui riconoscerci; magari a volte c’è qualcuno che favorisce il processo, ma comunque accadrebbe, al giusto punto di maturazione…
      Ciao Alice, sei sempre tanto cara con me. 🙂

  • JulesJT

    Contento che tu abbia condiviso questa tua esperienza sul tuo blog.
    Se ti sei sentita in vena di farlo, evidentemente ne avevi bisogno.
    (Si dice che lo sfogo – di qualunque genere – sia terapeutico, right?).
    Ho provato qualcosa del genere l’anno scorso, quando anch’io dovetti rinunciare (a sorpresa….. -_______- ) a un lavoro che amavo moltissimo.
    Beh, che dire? È stato doloroso…. è stato doloroso perché – come te – vivevo quotidianamente a stretto contatto con delle persone (assistenza sociale, nello specifico)…. persone per le quali tornavo a casa a piedi all’1:30 di notte con la neve o la pioggia perché non passavano bus quell’ora….. ma a me non pesava affatto perché ero sicuro d’aver dato tutto me stesso.
    Arrivavo stanco, spossato, con delle occhiaie che potevano tranquillamente gareggiare con quelle del miglior Ispettore Derrick….
    ….ma ero felice.
    Ecco, volendo fare un parallelo con la tua esperienza, posso dire – a posteriori – che ne sia valsa la pena. Sarò banale ma è meglio aver vissuto quegli attimi di felicità e di appagamento e poi perderli piuttosto che non averli vissuti affatto.
    Quando si lavora con/per degli “umani” si finisce inevitabilmente per offrire loro parte di noi stessi; gli sforzi, l’impegno e la passione che profondiamo costituiscono energia vitale che – spero – vengano assorbiti e apprezzati da coloro cui sono indirizzati.
    Altrimenti, pace….. la gioia di dare, di condividere è più intensa del vuoto esistenziale che si prova nel momento della perdita.
    Credo d’averlo finalmente imparato.
    Alla prossima, Asakuccia!

    P.S.
    Voglio qualche altro aneddoto stracolmo di rammarichi e afflizione…. sai bene che me ne nutro sadicamente…. ^ o ^

    • Asaka

      Aneddoti stracolmi di rammarichi e di afflizione? Non è il caso di renderli pubblici ma chi mi sopporta con rapporto 1:1 ne conosce tanti che vorrebbe mandarmi a quel paese. XDDD Comunque difficimente quello che scrivo non tende alla paranoia (cfr. qui e qui).
      Quanto poi all’argomento in oggetto nello specifico, ormai ogni anno è la stessa storia: quando espongo i motivi causa di stress e sofferenza sul lavoro, l’interlocutore mi guarda sempre con ironia e poi sentenzia: “Tanto poi ti scade il contratto e ti metti a piangere perché ti dispiace”. Ormai sono lo zimbello di tutti… una vera Vittima!
      Immagino quanto ti sia dispiaciuto terminare quel lavoro; so che hai una predisposizione per questo tipo di attività e ti stanno particolarmente a cuore le situazioni di disagio. Concordo con te, meglio aver vissuto quei momenti che non averli vissuti affatto.
      Lavorare con gli “umani” è così… (dovrei provare a lavorare con gli “alieni” per sapere se è lo stesso… XDD).
      Ma sai qual è la cosa bella? Raccontare queste cose e sentirsi compresi…
      Grazie Jules 🙂

  • CONNIEBOO

    Ciao spirito errante e ondivago… Un anno è finito, ma non illuderti: tutto ricomincerà a settembre, con nuove personcine in attesa di essere coccolate e di elargire a profusione coccole a chi le merita… E’ il nostro destino: esserci, anche pesantemente e consistentemente, e poi sparire. Nel nulla. Fantasmi di passaggio per folletti in crescita. Folletti che ci custodiranno sempre tra i loro ricordi più belli. Come noi, d’altra parte, che mai li dimenticheremo immortalandoli nell’eterna giovinezza dei ricordi. Ho preso l’abitudine di fotografare gli elenchi dei registri personali, per non dimenticarne mai neppure uno. Le facce magari un po’ si sbiadiranno, ma i nomi e gli aneddoti collegati no… Ah Buone vacanze, prof.!

  • Asaka

    Da brava ondivaga dopo aver scritto questo post ho iniziato a pensare a quanto sarebbe bello svolgere altri lavori in altri posti… Irrecuperabile, vero?
    Lo so, è il nostro destino, e in fondo mi sta bene, anche se è un po’ triste.
    Buone vacanze?! Che fai, prendi in giro? 😉

  • Antonietta

    Eureka. Ma, d’altra parte, c’era da aspettarselo che trovassi subito il post, di cui mi avevi fatto minzione (è più letterario con la i, mi dicono, in vece della e). Comunque, l’enumeratio della fenomenologia dei ‘compagni di viaggio’ non è completa e noto delle carenze non di poco conto. Poiché i pullman pullulano di docenti. Poiché c’è sempre il collega che, di prima mattina, si diletta nell’antica arte dell’intrattenimento da ventilatio intestinalis. Poiché c’è sempre quello che ti si addormenta addosso, con le fauci spalancate, perché tu possa, al volo, fare un controllo dell’arcata dentale e dello stato delle sue carie e consigliargli, al risveglio, un bravo dentista, che poi è tuo zio. Poiché tu ti ritroverai a mostrare le tue tonsille ad un perfetto sconosciuto, sbavandogli anche addosso, e non perché sia attraente. Poiché c’è sempre la/il collega che, nonostante tu abbia dichiarato di essere stanca/ indaffarata/ contagiosa, ti si siede affianco (‘Posso?’), ti si appiccica addosso (con il pullman semideserto e 48°C all’ombra) e ti parla per tutto il tempo di qualcosa che è successa in classe/ problema/verruca sul piede, quando tu evidentemente hai la palpebra mezza calata, lo sguardo bovino e il rivoletto di bava alla bocca. Poiché c’è sempre quello/a che NON ti pone la domanda ‘E che ti mangi oggi?’, perché tanto sa già che non TIENI marito e figli, quindi, ai suoi occhi, sei un essere squallido e inutile, un vero parassita della società. E, a te, parte un bel sorriso interiore a 39 denti, compresi quelli d’oro, ed anche un compiaciuto ‘Gnè, gnè, gnè, gnè!’ di sbeffeggio al/la collega, con contorno di ‘Io ho il piatto pronto, e tu no.’

    P.s.
    Sì, ti ho chiuso il telefono in faccia.
    Cia’

    • Asaka

      Gentilissima Antonietta,

      ti sei per caso messa a correre nuda per le strade della tua città, dopo aver trovato il mio post? È inutile che tu ti dia un tono da persona colta preferendo la i alla e: dei tuoi problemi urinari ne puoi tranquillamente parlare in pullman di fianco al collega con lo sguardo bovino.
      Il motivo per cui la mia enumeratio presenta tante carenze risiede nel fatto che colleghi siffatti come da te descritti non hanno mai infestato i miei viaggi. Sedere di fianco a me era un privilegio, per cui ci si prenotava addirittura giorni innanzi e si veniva scelti dopo accurata selezione. Il piacere della mia compagnia era evidenziato dalle continue offerte di liquirizie, aperitivi e dessert che ho ricevuto per un intero anno.
      È pertanto evidente che quanto rimasto dopo le mie selezioni si è spontaneamente affiancato alla tua persona.
      Dev’essere per quello che, ora che ci penso, Antonietta entrava in pullman a testa bassa e fuggiva spedita nei recessi dell’autobus nonostante la scomodità di tali anfratti. 😛

      P.S. Non capisco perché mi chiami, se poi devi comportarti in una maniera così incivile. Prossima volta chiama qualcun altro. Gné gné.

  • Antonietta

    Ciccia, precisiamo: sei stata tu a chiamarmi per prima, non il contrario. Io, educatamente, ho solo richiamato, perché mi sono fatta venire gli scrupoli di coscienza, avendo ignorata di proposito la tua telefonata. Ok? Quindi, abbassa la crista (è più scic la i, non trovi?) e muta. Anzi, mita.
    Secondo punto: quando salivo sul pullman, tenevo la testa bassa e mi infrattavo nelle retrovie, era per evitare QUALCUNO. Non ti fischiano le orecchie?

    • Asaka

      Ciccia a chi?

      Ti ho chiamata perché mi premurava informarti che quanto dovevi ritirare era pronto, ma comprendo che non sia da tutti apprezzare la mia magnanimità.
      Secondo punto: le rare volte in cui disgraziatamente sei salita sul mio stesso pullman, il posto accanto a me era già occupato, ed io ero comunque impegnata a fare altro per prestare attenzione a te. I tuoi timori erano infondati. Delusa, eh?

  • Antonietta

    Sto piangendo.
    Amarissime lacrime.
    Mi sono pentita.

    Di averti conosciuto.

    P.s.
    Prima o poi, qualcuno te lo doveva dire/scrivere.

    • Asaka

      Ti ringrazio per la squisita premura, ma non ve n’era bisogno, essendo pentita io stessa di aver conosciuto me stessa.

      P.S. È un pentimento piuttosto tardivo, il tuo, considerato che per 25 ore hai sempre fatto in modo di sederti di fianco a me.

  • Antonietta

    Anche qui è necessaria una precisazione.
    Infatti, sei stata tu a sedere di fianco a me per venticinque ore.
    Io ti subivo passivamente.
    Come avrai potuto notare, sono molto passiva.
    Anche un po’ passita.

    • Asaka

      Non alterare la verità storica. Io ho preso posto per prima ogni volta, e tu puntualmente ti stanziavi di fianco a me. Arrivando finanche ad esprimere profondo nervosismo quanto tentavo di occupare quel posto posandovi la mia borsa.

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