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Bellezza e splendore di un povero ridicolo idiota

In quel meraviglioso romanzo che è “Il giardino dei Finzi-Contini”, la sfuggente Micol celebra il piacere infantile di essere costretti a letto dall’influenza lasciandosi intrattenere da qualche classico letterario, possibilmente di lunghezza abnorme – “Guerra e pace”, il ciclo dei “Moschettieri”

Delle parole di Micol mi sono ricordata in questi giorni in cui ho avuto il piacere di veder saltare ogni mio programma grazie alla febbre ( 😈 ), ed a farmi compagnia è stato uno dei libri che più amo, di cui ho parlato spesso in questo periodo, risvegliando in me un irrefrenabile desiderio di rileggerlo. Mi riferisco naturalmente a “L’idiota” di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, testo che frequento con amore indicibile dagli anni della scuola e che mi tocca sempre come se lo stessi leggendo per la prima volta. Il fatto è che la storia di questo principotto semplice, ingenuo e infinitamente compassionevole è qualcosa a cui è difficile rimanere indifferenti, e ciò a dispetto di tutte le presunte lacune letterarie e narrative che la critica si preoccupa di rilevare con sadica e miope puntualità. Non fu in effetti una composizione facile, quella de “L’idiota”. Dostoevskij lo scrisse a puntate, pressato dalle scadenze, come buona parte dei grandi romanzi ottocenteschi, e quasi esule in Europa, prostrato da lutti, problemi finanziari e dall’ossessione per il gioco, più volte presente nelle sue opere. Le battute finali del romanzo furono composte a Firenze, in cui ancora è presente una targa commemorativa dell’evento. Era il 1869, lo scrittore aveva già realizzato gran parte dei suoi romanzi e racconti (pochi anni prima aveva dato alle stampe lo straordinario “Delitto e Castigo”), e da tempo vagheggiava di comporre un romanzo il cui protagonista fosse un uomo prekrasnyjaggettivo solitamente tradotto come buono ma che dovrebbe invece indicare, stando alle traduzioni più fedeli, lo splendore della bellezza; un tema, quello della bellezza, che scava l’intero romanzo a partire da quella folgorazione che il protagonista riceve nel guardare il ritratto di Nastas’ja Filippovna. Ma andiamo per ordine.

La storia de “L’idiota” è la storia di Lev Nikolaevic Myškin, un giovane principe appena tornato in Russia dalla Svizzera dove è stato curato per l’epilessia. Myškin guarda al mondo con ingenuità e stupore; la malattia lo ha reso incosciente per molti anni, ed è ora con occhi quasi vergini che si accosta a chiunque gli parli, anche al rozzo Parfen Rogozin, suo compagno di viaggio, protagonista di una furiosa lite con il padre a causa di Nastas’ja Filippovna, una donna nel cui nome Myškin si imbatte continuamente nel suo primo giorno a San Pietroburgo. La sente nominare anche a casa del generale Epancin, in cui Myškin fa conoscenza della generalessa Elizaveta Prokof’evna, sua lontana parente, e delle tre bellissime figlie, Adelaida, Aleksandra e Aglaja. Il principe Myškin si ritrova immediatamente coinvolto in una fitta rete di intrighi e segreti intessuti da una miriade di personaggi che sembrano non aver remore a considerarlo un idiota per il candore con cui professa la sua malattia e per la semplicità con cui si discosta dagli atteggiamenti di chi lo circonda.

Lo so di essere… menomato dalla natura. Sono malato da ventiquattro anni, dalla nascita. Ascoltatemi anche adesso, come si ascolta un malato. Me ne andrò subito, statene certa. Non arrossisco, perché non c’è nessuna ragione per farlo, vero? Ma in società mi sento fuori posto… Non è per amor proprio…Questi tre giorni ci ho pensato sopra e ho preso la decisione di dirvi tutto sinceramente alla prima occasione. Ci sono idee, grandi idee delle quali è meglio che io non parli perché immancabilmente tutti ne ridono; il principe Sc. stesso me lo ha ricordato poc’anzi… Non sono capace di gesti
appropriati, non ho il senso della misura, spesso pronuncio parole che non corrispondono ai miei pensieri e per ciò stesso questi ne sono sminuiti. E poiché non ho il diritto… e per di più sono diffidente, io… io sono convinto che in questa casa nessuno vuole offendermi e mi amate di più di quello che merito ma so (questo lo so per certo) che dopo venti anni di malattia qualcosa rimane e che quindi è impossibile non ridere di me… a volte… non è vero?»

Il fulminante incontro tra Myškin e Nastas’ja Filippovna segna la svolta di una lunga fase introduttiva del romanzo e porta con sé l’inizio di una ossessione, anzi due: quella di Nastas’ja Filippovna per l’unico uomo che mostra rispetto e devozione nei suoi confronti, verso cui si sente indegna, e quella di Myškin per una donna nel cui bellissimo viso è segnato un destino di sofferenza immane, verso cui il principe non può che fatalmente essere attratto. Nessuno scandalo, nessun intrigo, nessun gesto folle compiuto da Nastas’ja, e nemmeno l’intenso amore per Aglaja Epancina riusciranno a distogliere il principe dalla fascinazione esercitata su di lui dalla sofferenza della donna. La bellezza di Nastas’ja è una bellezza “che può rivoltare il mondo”, “che può salvare il mondo”, giacché non di sola bellezza fisica si tratta, ma di una bellezza resa intensa e splendente dall’aver conosciuto la sofferenza nelle sue profondità più segrete. Prekrasnyj. Il principe e Nastas’ja. Due esseri che hanno la vicendevole impressione di essersi già conosciuti, giacché l’uno riconosce nell’altro l’esperienza del dolore che segna e devasta la vita. Riconosce se stesso.

Attorno a loro si muove una incredibile folla di personaggi che urlano, piangono, gridano il loro dolore pubblicamente. Sono meschini, sono ingenui, sono feriti, sono avidi. Definiscono il principe “idiota” perché se qualcuno lo ingiuria arrossisce di vergogna per la bassezza altrui; perché non sa mentire, e non vuole nemmeno farlo; perché basta lo sguardo accigliato di Aglaja a mandarlo in confusione; perché anziché attendere di essere ricevuto nel salottino dell’anticamera, preferisce intrattenersi con il cameriere e discorrere con lui della pena di morte; perché ha una fiducia illimitata nel prossimo anche se il prossimo sembra impegnarsi al massimo grado per disattenderla. Tutto ciò lo rende un idiota, che si pensa di poter spremere, sfruttare, prendere in giro, deridere, esibire. Eppure questo idiota finisce per diventare il confidente di chi più lo tratta male, attrae irresistibilmente chi lo denigra, e risveglia una immediata simpatia nella generalessa Elizaveta Prokof’evna, nel cui animo il principe sa leggere immediatamente e cogliere uno spirito affine, infantile e buono nel senso più positivo del termine.

“Che scempiaggine!”, esclamò la generalessa restituendo la lettera. “Non valeva la pena di leggerla… Perché sorridi?”
“Convenite che questa lettera vi ha fatto piacere”, rispose il principe.
“Piacere? A me?… Una balordaggine piena di vanità… E non ti avvedi tu che tutta questa gente è gonfia di orgoglio?”
“Sì, ma egli ha riconosciuto di aver torto, e l’ha troncata con Doktorenko. Vanitoso sì, ma appunto per questo il suo amor proprio ha dovuto soffrire di confessare a se stesso il proprio errore. Oh, bambina che non siete altro, Elizaveta Prokof’evna!”
“O che, vuoi costringermi a darti uno schiaffo?”
“No, non è questa la mia intenzione. Parlo così perché voi nascondete il piacere che questa lettera vi ha fatto. Perché vergognarsi di un buon sentimento?… Sempre così voi!”
“Da questo momento non ti permettere più di varcar la soglia di casa mia!”, replicò la generalessa, alzandosi, pallida dalla stizza.
“Eppure, tra tre giorni, verrete qui ad invitarmi e pregarmi. Com’è che non vi vergognate? Soffocando i più nobili sentimenti, voi non fate che tormentarvi.”
“Piuttosto morire che invitarti… Dimenticherò il tuo nome. L’ho già dimenticato.”
E così dicendo, la generalessa si allontanò infuriata.

In barba a chi dice che, fatti salvi Myškin e Nastas’ja Filippovna, il resto dei personaggi de “L’idiota” non spicca particolarmente per originalità e riuscita, io sostengo invece che il personaggio della generalessa e quello della figlia Aglaja siano tra i migliori personaggi letterari mai realizzati. La generalessa impetuosa, irruente, sensibile, e la figlia capricciosa, lunatica ma talora estremamente ingenua, nella loro infantile semplicità e schiettezza non possono che essere sponda adeguata di un personaggio autentico come il principe, a cui sono entrambe estremamente legate. Le pagine dedicate ai dialoghi tra il principe e la generalessa, e quelle dedicate alla tormentata relazione tra Aglaja e il principe, sono probabilmente le più riuscite del romanzo a seguire di quelle dedicate a Nastas’ja, la cui imponenza di personaggio tragico e meraviglioso riesce a mettere in ombra qualsiasi scena e qualsiasi altro personaggio al suo solo apparire. Aglaja, nella sua infantilità di personaggio viziato e capriccioso, desideroso di attirare sempre l’attenzione e morso da una insoddisfazione che la rende bisbetica e spesso dura nei confronti degli altri, non riesce però a trattenere i propri moti del cuore al cospetto di questo principe idiota in cui vede una salvezza, una speranza per soffocare quanto di irrequieto c’è nel proprio animo.
In filigrana alle vicende di questi personaggi riusciamo così ad intravvedere i segni di una Russia che sta cambiando, simboleggiati dall’insoddisfazione di Aglaja e dalle letture pericolose fatte da lei e dalle sorelle, ma anche dalle numerose parentesi aperte continuamente nel romanzo dai vari personaggi secondari, in primo luogo Ippolit, simbolo di una gioventù che cerca un ordine nuovo denigrando a priori tutto l’esistente. Tante sono le finestre che si aprono e si chiudono in questo romanzo; si dovrebbe parlare del tormentato rapporto tra Dio e l’uomo, qui solo accennato ma poi scavato a fondo in “I demoni” e in “I fratelli Karamazov”; si dovrebbe parlare del tema della pena di morte, che ritorna ossessivamente per tutta la prima parte del libro; si dovrebbe parlare di una Russia che non riesce più ad identificarsi e vagheggia un idealizzato estero europeo, che lo scrittore stesso stava sperimentando in prima persona e da cui pare deluso. A volte si ha  l’impressione che queste finestre non siano perfettamente chiuse, ma lungi dall’inficiare la qualità del libro, questi frammenti non fanno che renderlo più complesso, più moderno, contribuendo a creare quell’atmosfera di drammatica ricerca che sottende all’intera narrazione, alla fine della quale il principe, novello Don Chisciotte, tornerà alla sua originaria purezza.

Dostoevskij chiuderà il romanzo insoddisfatto per la riuscita del suo progetto. Il suo idiota però verrà assorbito dalla cultura novecentesca diventando simbolo di un impossibile compromesso tra l’uomo e le pressioni della società. Lettura limitata, in fondo, se è vero che il principe ha dei connotati innegabilmente cristologici, e la sua parola di compassione, intesa come assumere, volontariamente e responsabilmente, su di sé la sofferenza altrui, era – ed è ancora – una parola di rivoluzione, che tentava di dare una risposta ad un mondo che invece vive di violenza e sopraffazione reciproca. Una parola che andrebbe recuperata, e che potrebbe forse rivelarsi l’arma più vera di cui disponiamo.

«No, ti credo, solo che non ci capisco nulla. La cosa più probabile, forse, è che la tua pietà è ancora più forte del mio amore!»

 

La mia valutazione: 10

 

 

 

 

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Published in Da provare almeno una volta nella vita Libri

9 Comments

  1. .. lo rileggerò.. Buon Anno Asaka!

    • Asaka Asaka

      Grazie! Buon anno a te! 🙂

  2. chiara chiara

    Sempre attuale, per credenti e atei, per tutti coloro che amano la ricerca. Da ogni Parola, scaturiscono sorgenti e altro…

    • Sì, sempre attuale… come accade alle opere di chi tocca le vette dell’arte e gli abissi dell’animo umano…
      Scusami, Chiara, se rispondo solo ora. Non mi ero accorta del commento…

  3. fabio Fineschi fabio Fineschi

    A mio parere l’Idiota di Fëdor Michajlovič Dostoevskij è, come tutti o quasi i suoi lavori, un sistema aperto. Intendo dire un’opera letteraria che non ha la tendenza e l’aspirazione a definire compiutamente il tema di cui tratta. Questo, per me, è un grande pregio, l’opera artistica, così, non finisce mai di interrogare il lettore e, di restare in attesa di risposte. Del resto questo è caratteristico dell’ambito filosofico e, non a caso, l’autore è, a pieno titolo, annoverato anche tra i filosofi. Il principe Myškin costituisce un mistero esistenziale al confine tra la santità e la follia, come a dire che le due cose, secondo il comune modo di pensare, potrebbero addirittura coincidere. L’Idiota non è, per me, un libro da comprendere, piegandolo alle mie capacità di comprensione, ma è un libro su cui riflettere, ovvero, una palestra per migliorare la mia capacità di riflessione.

    • Buonasera Fabio, concordo. “L’idiota” è un’opera d’arte che non esaurisce mai il suo potenziale. E ciò è vero per le autentiche opere d’arte, e per molti dei lavori di Dostoevskij, tra cui comunque questo non figura come il capolavoro, a dire della critica. Qui interviene la sensibilità individuale, che può tendere verso l’una o l’altra opera dello scrittore russo. Ma a mio avviso questo romanzo, con il suo nucleo esistenziale, il suo insistere sulla solitudine, sul dolore, sull’accettazione sociale, ha un’urgenza fortemente contemporanea.
      E ad ogni rilettura offre suggestioni sempre nuove. Una palestra per riflettere, hai ragione.
      Grazie di aver lasciato traccia del tuo passaggio

  4. fabio Fineschi fabio Fineschi

    Buona sera Asaka, non vorrei sbagliare ma ritengo che quanto detto pe L’Idiota debba essere esteso, con i dovuti distinguo, a buona parte della grande letteratura russa. Del resto romanzi come I Demoni, ad esempio, o i Fratelli Karamazov, Delitto e Castigo, come Guerra e Pace, non sembrano scritti per essere compresi ma, più che altro, per comprendere. I loro autori, a mio modesto parere, hanno tentato di comprendere meglio il loro tempo proprio scrivendo tali opere. Per questo mi perito, almeno per quanto mi riguarda, nel convincermi d’aver capito. Questa letteratura appare, quasi, come una sorta di analisi sociologica travestita da romanzo letterario. In Dostoevskij c’è il continuo tentativo di mettere a confronto la propria fede cristiana con la società a lui contemporanea. A mio parere questo lo si rileva anche in Lev Tolstoj.
    Cordiali saluti.

    • Buongiorno Fabio, concordo anche su Tolstoj, sebbene sia un terreno a me meno familiare – la frequentazione con tale autore è stata intensa ma risale a molti anni fa, quella con Dostoevskij perdura.
      Sono certamente tra gli autori russi in cui è più forte il rapporto tra la fede e la vita in un mondo che sta cambiando. Forse questo è uno dei punti nevralgici del discorso. La grande letteratura, e quella ottocentesca non fa eccezione, riesce sempre a mostrare gli umori, le tensioni e le inquietudini delle età particolarmente incerte, quelle in cui il piede vacilla per la ventata di cambiamenti, ed io credo che anche l’Europa sia ricca di esempi in tal senso. In Russia è probabile che ciò fosse avvertito in maniera ancora più intensa e significativa; una società che era stata secolarmente “immobilistica”, radicata in una cultura antica, intrisa di spiritualità ma anche di dure differenze sociali, e che sente arrivare, con fascino e pericolo, nuove idee, nuovi meccanismi culturali, nuove inquietudini. È in fondo un tema molto presente nella letteratura del tempo (Turgenev e Gončarov penso siano degli ottimi esempi di ciò) e che ogni scrittore rielabora con la propria sensibilità; interrogandosi anche, e cercando di comprendere.
      Alla fine forse la vera grandezza di tale letteratura non è trasmettere un messaggio da capire in maniera definitiva (la dimensione del non-finito non appartiene solo a chi produce arte, ma anche a chi se ne giova), quanto la molteplicità di sollecitazioni e stimoli che essa ci regala, aiutandoci anche a guardare all’oggi con una sensibilità nuova, per quanto antica.
      Buon fine settimana

  5. Fabio Fabio

    Buona sera Asaka. Concordo con la tua analisi e credo non sia un caso il fatto che in Fedor D ricorra spesso il il concetto di nichilismo. Per il grande scrittore filosofo il nichilismo appare come il precipizio verso il quale si stava dirigendo la società russa del tempo. Con molta probabilità egli è stato un uomo turbato da un conflitto interiore che lo vedeva diviso tra una profonda fede che lo ancorava alla vecchia Russia e allo stesso tempo attratto dal nuovo mondo che avanzava. Credo che nei Demoni egli esprima al meglio questi suoi stati d’animo. Buona serata Asaka.

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