Cinema

“Bella addormentata”, di Marco Bellocchio

Presentato il 5 settembre alla 69 Mostra del Cinema di Venezia, “Bella addormentata” di Marco Bellocchio è l’attesa opera, di cui parlava e su cui lavorava da anni, ispirata al dramma di Eluana Englaro. Dramma vissuto da non poche  famiglie e malati italiani, ma divenuto storia emblematica per l’orrenda, meschina, truce ed irrispettosa strumentalizzazione che all’epoca ne fu fatta da parte di entrambe le fazioni.

Guardavo al film con speranza. Se c’è una cosa che nessun cineasta italiano sa e vuole fare oggi, è parlare della vera Italia, del suo vero tessuto sociale. Non si va mai oltre lo stereotipo da tg e chiacchiera al bar. Ricordo che il cinema, anche quello di genere, dell’Italia che fu era invece grande in questo (fu anche e soprattutto questo aspetto a rendere il cinema italiano così famoso all’estero; si pensi che alcuni film italiani sono introvabili in Italia ma reperibili all’estero). La vicenda degli Englaro ha segnato uno dei minimi storici dell’Italia in fatto di dignità. Non parlo dell’eutanasia, non sto esprimendo un giudizio sull’opportunità o meno della “morte dolce”, ma mi riferisco a come la vicenda fu cavalcata da politica, governo, chiesa e media. E da noi, che come tifosi prendevamo posizione e ci irrigidivamo su di esse, dimenticando, come una cara amica mi fece notare, il vero fulcro della discussione, ovvero lei, Eluana. C’era insomma il materiale per realizzare un film che dicesse tanto.

Di cosa parla dunque “Bella addormentata”? Non scenderò in dettagli, mi limiterò a dire che la vicenda ha inizio gli ultimi giorni di vita biologica della donna e che essa, in maniera diretta o indiretta, permette l’avvio delle storie parallele dei personaggi, tra cui vi sono un senatore in crisi di coscienza, un’attrice francese che ha sposato le litanie e i riti della chiesa cattolica per salvare la figlia, una tossicodipendente in lotta col suo salvatore.

Avrei mai riconosciuto lo sguardo di Bellocchio dietro la cinepresa, se non avessi conosciuto il nome del regista? No, tranne forse in qualche scena di eccesso delirante (ma sono veramente rare, due al massimo). L’autore si tiene a debita distanza non solo dal soggetto, ma anche dalle storie che racconta. Non colpisce, non scava, non affonda. Dov’è la potenza esplosiva del suo cinema? Dove sono le sue immagini liberatorie, pulsanti, folli? Dov’è la vena anarchica del suo sguardo? La politica raccontata da Bellocchio consiste in macchiette svendute e patetiche che già conosciamo sin troppo bene, incluso il santino protagonista (mi riesce davvero difficile immaginare un senatore che nella realtà possa essere come lui, sarò pregiudiziale, ma…). La religione raccontata da Bellocchio è un insieme di riti e superstizioni che tanto altro cinema ha raccontato. La famiglia raccontata come potrebbe raccontarla un film televisivo di discreta fattura, e l’occhio del regista emerge solo nell’ambiguo rapporto tra fratelli, solamente accennato. Eppure la famiglia è sempre stata luogo prediletto dell’indagine dell’autore, sia lì dove emerge la lotta anti-borghese di gioventù come pure nel recente affresco famigliare “Sorelle Mai”, dai toni piani ma dallo sguardo acuto. Qui invece i contrasti famigliari non mancano, ma sono tenuti in superficie, quasi pretestuosi e patinati.

Vogliamo parlare degli interpreti? Parliamone. Vi sono anche lì motivi di delusione, a partire da Toni Servillo, grande come sempre nell’indossare la maschera dell’uomo medio che vorrebbe ma non può e poi decide che può; ma è appunto una maschera, che presta a qualsiasi suo personaggio, e per quanto la indossi in maniera eccellente, sarà forse il caso di cambiarla? E cosa dire di Isabelle Huppert, altra eterna maschera algida e ambigua? Una breve sequenza di “La storia vera della signora delle camelie” di Bolognini ci riporta alla mente quando la grande attrice era in grado di non limitarsi ai soliti univoci ruoli. Il resto del cast riprende una tendenza tanto comune anche alla recitazione televisiva, quella di parlare con foga  e toni bassi e ritmi concitati, della serie “ti faccio vedere quanto sono bravo a sparare tutte queste battute in pochi secondi scandendo perfettamente”. Emozione zero. Salvo solo il volto sardonico di Roberto Herlitzka, il cui cinismo privo di pesantezza lo rende un personaggio che avremmo voluto vedere maggiormente, e Maya Sansa, sguardo e corpo di grande intensità.

Il film ha avuto consensi da un lato e aspre polemiche (che peraltro riesco difficilmente a comprendere) dall’altro; come prevedibile. Eppure in sé non è un film atto a spaccare. Intendiamoci: è un discreto film, potrebbe essere stato girato da qualunque regista italiano tra quelli considerati interessanti. E ci ricorda, con stralci televisivi dell’epoca, le peggiori dichiarazioni rilasciate al riguardo e i peggiori umori del Paese. Ma non va oltre, per quel che mi riguarda. Da Bellocchio era lecito attendersi un altro sguardo, che qui è completamente sfuggito.

Forse è stata colpa delle mie aspettative. Forse è colpa di chi mi ha disturbato per tutta la visione del film ( :mrgreen: ). Forse è semplicemente che io cerco qualcosa di preciso, e non la trovo mai; cerco un film italiano che non sia condiscendente, non sia eternamente indeciso e timoroso di dire, e che mi sbatta in faccia cosa significhi essere italiano oggi, e mi dia quella scossa che mi faccia ragionare e cambiare. Una volta il cinema italiano era così. Una volta.

 

*EDIT*

 Segnalo di seguito alcune recensioni con cui ho trovato interessante confrontarmi. Se voleste segnalarne altre, o meglio ancora offrire la vostra opinione, i commenti sono a vostra disposizione 🙂

 

Per approfondimenti:

– Recensione su Blogosfere (con cui sostanzialmente concordo)

– Recensione su Ondacinema (molto positiva)

– Recensione su FilmTV (molto positiva)

 

La mia valutazione: 5/10

 

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

2 Comments

  • Ximi

    Ciao Asaka,
    è una pellicola che preferisco non vedere, per tanti motivi.. Mi limiterò a leggere la tua recensione, considerando il tuo punteggio abbastanza eloquente.. 🙂

    • Asaka

      Ah ah 🙂
      Il punteggio in verità non è proprio obiettivo, soprattutto se si considera la qualità bassina del cinema prodotto in Italia negli ultimi anni. Però da Bellocchio era lecito aspettarsi altro. O forse sono io che esigo sempre troppo e cerco la luna 🙁

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *