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Amélie Nothomb: “Acido solforico”

Io, di Amélie Nothomb, qualche anno fa ero quasi innamorata. Non so perché, ma anche se la mia letteratura d’elezione è quella russa, finisco sempre per innamorarmi del modo di scrivere di qualche autore di lingua francese. Nel caso della Nothomb (che in realtà è di famiglia belga), subentra anche un’aura mitica dovuta alla sua avventurosa biografia e soprattutto alla maniera in cui la reinterpreta (parlo soprattutto di “Biografia della fame”). Col tempo mi sono resa conto di apprezzare in modo particolare alcune sue opere, ma di stimarne altre decisamente meno. Cosa più che naturale, ovviamente.

“Acido solforico” si colloca nel mezzo; non è tra le mie preferite in assoluto, ma contiene in sé alcune intuizioni, che sostengono l’intero libro, davvero geniali.

Di cosa parla? È la storia di Pannonique, una ragazza che è una vera perla rara, rastrellata dalla produzione di un reality-game in cui vengono ricreati i campi di concentramento nazisti, con tanto di  lavoro massacrante quotidiano, sbobba miserabile la sera, kapo sadici e ignoranti che si sfogano sui prigionieri. E sono inclusi anche i condannati a morte. Centinaia di telecamere riprendono la vita e la morte dei prigionieri. Ma l’orrore è solo accennato dalla Nothomb, la quale con lucidità sceglie di soffermarsi sulle microstorie di alcuni personaggi e sulle riflessioni di Pannonique, che si erge tra tutti i concorrenti per la sua bellezza, intelligenza, e per il fatto che, attraverso un tenace silenzio, cerca di far reagire gli spettatori avvinti dalla spettacolarizzazione del dolore, nella cui spirale perversa hanno un involontario ruolo anche i prigionieri stessi, privati del proprio nome in favore di una sterile matricola (CZK-114 per Pannonique). La ragazza diventa così il punto di riferimento di una sorta di resistenza interna di un gruppo di prigionieri, tra cui figura un intellettuale, docente universitario, che mostra un forte interesse per la giovane. E non è l’unico: di Pannonique è persa anche Zdena, una delle più rozze e volgari kapo del gruppo, irresistibilmente attratta dalla sua intelligenza.

Non vado oltre con la trama, anche perché raccontare un libro della Nothomb comporta un alto rischio di farne travisare la storia. Mi soffermo però sulla precisa scelta, da parte dell’autrice, di evitare gli aspetti più drammatici e tragici della situazione, lasciando allo spettatore, già oltremodo edotto al riguardo, il compito di colmare quelle volute mancanze. È una scelta coerente con il tipo di scrittura della Nothomb, con il percorso narrativo intrapreso, e forse anche con il desiderio di non aggiungere racconti di orrore e meschinità finti a quelli veri che già conosciamo molto bene dalla Storia. Altrettanto significativa è la scelta di ambientare la vicenda nell’oggi, immaginando che non ci siano leggi che proibiscano un programma del genere, e che a poco a poco, come in effetti sta accadendo, ceda ogni moral restraint nelle sedicenti “democrazie occidentali”.

La parte “bildung” del romanzo restituisce un minimo di speranza, inoculandola proprio in uno dei personaggi più negativi della storia, Zdena. È un percorso di crescita tortuoso e aspro, quello di Zdena, che comincia con l’ossessione di scoprire il vero nome di CZK-114. I nomi sono sempre fondamentali nella poetica della Nothomb; non è la prima opera in cui riflette sul segreto della personalità che il nome aiuta a svelare. Ed è il nome il cardine della battaglia di Pannonique per ricordare costantemente a compagni, aguzzini e spettatori che una civiltà può abbrutire solo se sono gli individui a permetterlo.

Romanzo graffiante, ma anche amaro, in cui la voce narrante si svela molto meno ironica del solito, e che non può che far provare sconcerto e timore nell’osservare la civile società circostante.

 

 

La mia valutazione: 7/10

 

 

 

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

One Comment

  • Ximi

    Interessante la questione su ciò che svela un nome.. Mi viene da ridere a pensare ai nomi alternativi che adottiamo nel web! Anche quelli sveleranno qualcosa..

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