Cinema

“Ai confini del paradiso”, di Fatih Akin

Fatih Akin è un regista discretamente celebre in Europa. Nel 2004 il suo nome si fece conoscere per il film “La sposa turca”, per poi bissare il successo con “Soul Kitchen” del 2009, una intelligente e anche un po’ furba commedia a base di musica e cultura mediterranea. Tra le due pellicole, si situa “Ai confini del paradiso”, 2007, titolo originale “Auf der anderen Seite”, che ebbe una eco decisamente meno vasta ma che, a mio avviso, non manca di motivi di interesse forse anche maggiori degli altri due.

Il film, un dramma quasi corale che si muove tra Germania e Turchia, è una storia di padri rinnegati, madri che si sacrificano, figli che cercano di cambiare quanto non va. Inizia quando l’anziano vedovo Ali, di origini turche ma trapiantato in Germania, assolda una prostituta per vivere con lui. Nejat, il figlio di Ali, insegnante di letteratura tedesca all’università, nella sua mitezza non rimprovera il padre, ma inizia ad avvertire simpatia per Yeter, la prostituta, solo quando apprende che il denaro da lei guadagnato serve a mantenere agli studi universitari una figlia lontana, che ancora vive in Turchia, e che non vede la madre da molto tempo.
Ayten, questo è il nome della giovane, fa parte di un movimento di estrema sinistra; la sua storia si incrocia, anche sentimentalmente, con quella di Lotte e della madre Susanne, in un conflitto che è al contempo generazionale e culturale.

Tanta carne al fuoco, insomma, in questa pellicola che difatti raggiunge le due ore scarse di durata, che incrocia personaggi e ambienti, interseca i piani cronologici delle storie di ogni personaggio creando quasi un effetto “sliding doors” che un po’ guasta la verosimiglianza della vicenda. E se quindi la sceneggiatura, dello stesso Akin, poteva forse rendere meno visibile la struttura della storia, la regia sa offrire qualche momento di vera perspicacia.

Valido l’intero cast e menzione obbligatoria per Hanna Schygulla, un tempo interprete prediletta di Fassbinder, qui personaggio emblematico nel ruolo della madre di Lotte, al contempo troppo conservatrice per accettare la relazione della figlia con un’altra donna, ma troppo liberale per impedirle alla fine di compiere le sue scelte. In lei si incarna la speranza del regista che l’Unione Europea serva a migliorare situazioni di arretratezza politica e sociale come quella turca, speranza in fondo rinforzata dal generico ribellismo di Ayten.

In sostanza un film che, seppur non del tutto riuscito ed in parte anche contraddittorio, proprio per queste sue contraddizioni risulta interessante e meriterebbe una visione, soprattutto per la forte attualità della questione turca, affrontata qui con indubbia parzialità per il duale legame del regista con le proprie radici turche e tedesche.

 

La mia valutazione: 7/10

 

 

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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