Cinema

“L’histoire d’Adèle H.”, François Truffaut (1975)

“L’histoire d’Adèle H.” è una di quelle pellicole che periodicamente desidero rivedere. Mi è bastato citarla a proposito di “Vivement Dimanche!” per avvertire il desiderio intenso di un’ennesima visione.

Il senso del cinema di François Truffaut è qualcosa che non smette mai di stupirmi, come la sua capacità di abbandonare il proprio mondo autoironico, cinefilo e metacinematografico, una sorta di protezione a garanzia del giusto distacco dalla vicenda, per entrare nel cuore dell’essere umano, nel cuore di Antoine Doinel, adolescente inquieto e solo nel mondo (Les quatre-cents coups), o in quello del dottor Itard, alla disperata ricerca del modo di far vivere assieme agli altri un ragazzo cresciuto tra gli animali (L’enfant sauvage“). Sarà forse per questo che Spielberg volle lo sguardo di Truffaut dinanzi al mistero di un uomo che avverte improvvisamente il richiamo struggente di un altro mondo agli altri precluso (“Close Encounters of the Third Kind”).

Nella storia di Adèle Hugo il regista entra in profondità, fino a guardarsi negli occhi, vestito da ussaro, con la protagonista che, in una scena di alto livello metaforico, lo scambia per l’uomo amato. E sino alla fine, anche quando Adèle mostra i segni di cedimento psicologico, mai emette un giudizio su di lei che non sia intriso di compassione (nel senso etimologico del termine) e di ammirazione per una donna che ha amato tanto da annullarsi: per lui Adèle rimarrà l’eroina che ha deciso di votarsi alla grande impresa di lasciare il vecchio mondo per ricongiungersi al suo amato.

Un melodramma, segnato sin dall’inizio dalla tensione autodistruttiva di Adèle, che giunge ad Halifax, in Nuova Scozia (Canada) dopo essere scappata di casa per seguire il tenente Pinson, l’uomo che la sedusse, le propose di sposarla, ed ora non vuol più saperne di lei.

Adèle vive in incognito, tentando di liberarsi dell’ingombrante nome del padre, che ripudia e ad un tempo vorrebbe emulare, riempiendo fogli su fogli della sua storia d’amore in un prezioso plico che anche nella follia proteggerà gelosamente. Vorrebbe ottenere la realizzazione con la pubblicazione della propria musica, e vive con turbamento le notti nel segno della morte della sorella Léopoldine, che, come da viva, continua ad accentrare le attenzioni della famiglia, e con cui tuttavia entra in un rapporto di simbiosi negli incubi costanti in cui immagina di annegare come annegò lei. Manca l’aria, ad Adèle. L’ossigeno, per muoversi in uno spazio che sia suo. La complessa personalità di Adèle sembra non avere altra via di realizzazione che quell’amore assoluto in nome del quale sacrificare tutto il resto, incluse la propria dignità e quella dell’amante. È una storia ambigua, quella di Adèle; una storia in cui la protagonista sembra gettarsi consapevolmente di propria volontà e al tempo stesso una storia che non può eludere, a cui non può sottrarsi. L’incontro con l’amante in un cimitero, vestita di abiti non propri, possiede tutta la carica metaforica di una passione in cui l’amore è strettamente legato alla morte, innanzitutto alla morte del Sé.

Isabelle Adjani nei panni di Adèle è intensa e sdegnosa, scarmigliata e smunta. Entra con alterigia nella libreria in cui acquista la carta e perde tutta la compostezza di fronte al tenente. La religione dell’amore, a cui è votata, le dà il coraggio. L’annullamento del sé è una strada da cui, una volta avviata, non può tornare indietro. Ma forse sarebbe più corretto parlare di annullamento del mondo, di tutto ciò che è tangibile ed esterno. Perfino del tenente Pinson, la cui vera ombra ormai vive solo dentro di lei.

Truffaut recupera la vera vicenda di Adèle Hugo e la traspone sullo schermo, innamorato come solo lui può essere di un personaggio che riversa sul sentimento la propria completa dedizione. Un personaggio che vive nel passato, da vera romantica, nelle parole che furono e non sono più, e a quelle continua a credere anche dinanzi ad altre parole, altre realtà, altre verità. E a questo personaggio, ad un’Adèle che vive una tempesta interiore forse inevitabile, Truffaut dedica uno dei suoi film più struggenti, intriso di umanità e amorevole cura. Le scenografie attente, i costumi dal taglio perfetto, la luce tenue e cinerea, e il mondo umano, attorno ad Adèle, che sa riservare squarci di solidarietà e pietas, che non giudica le debolezze dell’altro, ma le accetta e ne ha cura; tutti questi elementi rendono “L’histoire d’Adèle H.”  uno dei migliori film di Truffaut.

L’ossessione amorosa colta con uno sguardo così innocente e privo di giudizio come solo un cineasta quale Truffaut poteva realizzare.

La mia valutazione: 9

Di François Truffaut.

Con Isabelle Adjani, Bruce Robinson, François Truffaut, Sylvia Marriott, Roger Martin,Ruben Dorey, Joseph Blatchley, Carl Hathwell, Ivry Gitlis, Cecil de Sausmarez, Raymond Falla, Madame Louise, Jean-Pierre Leursse, Louise Bourdet, Clive Gillingham, Ralph Williams, Thi Loan N’Guyen, Edward J. Jackson, Aurelia Mansion, David Foote, Jacques Fréjabue, Chantal Durpoix, Geoffrey Crook

Titolo originale L’histoire d’Adèle H.

Drammatico, durata 100′ min.

Francia 1975

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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