Skip to content →

“A qualcuno piace caldo”, Billy Wilder (1959)

Se la Hollywood di oggi è in piena crisi, e non mi riferisco certo alla caccia alle streghe scatenatasi per i vari scandali di abusi sessuali, bensì alla qualità di un’industria cinematografica che pare abbia poco da dire da diversi anni, è impossibile contare i nomi di registi e sceneggiatori che hanno reso grande e importante la Hollywood che fu. Sempre industria rimaneva, con i propri ritmi produttivi, le proprie regole, i propri scandali, ma ha dato l’opportunità di emergere a maestranze di vario titolo che ci hanno lasciato in dote alcuni dei film più belli ed intramontabili di sempre.

Fra questi io inserisco senza dubbio “Someone like it hot”, in italiano “A qualcuno piace caldo”, che Billy Wilder realizzò nel 1959 utilizzando un cast di stelle di prima grandezza: Jack Lemmon, Tony Curtis e Marilyn Monroe. Billy Wilder, nato nell’allora impero austro-ungarico da famiglia ebraica, era arrivato in America come molti altri cineasti in pericolo per l’ascesa del nazifascismo. Wilder all’epoca si era già fatto conoscere come sceneggiatore, e una volta arrivato negli USA consolidò la propria fama scrivendo “Ninotchka” per Lubitsch. Da lì a breve iniziò la sua straordinaria carriera di regista, distinguendosi nel genere della commedia, per cui Lubitsch era stato indubbiamente suo grande ispiratore e mentore, ma frequentando con mano altrettanto sicura il noir e il dramma. Nel 1959 aveva già realizzato capolavori quali “Viale del tramonto” con la coppia Holden/Swanson (1950), “Sabrina”, con il terzetto Hepburn/Bogart/Holden (1954), e “Quando la moglie è in vacanza”, prima regia al servizio della Monroe (1955). “Someone like it hot” in un certo senso però apre una nuova fase della carriera di Wilder, essendo la prima pellicola in cui il regista dirige Jack Lemmon, attore che poi diventerà una presenza frequente nei suoi film. Inoltre in essa è presente anche il sodalizio con I.A.L. Diamond, pseudonimo di Iţec Domnici, sceneggiatore di origine moldava emigrato negli USA e divenuto poi, da “Arianna” in poi, presenza pressoché costante nelle scritture filmiche di Wilder.

Wilder e I.A.L. Diamond creano con “Someone like it hot” una commedia perfetta, a livello di gag, ritmo ed interpretazioni. La vicenda non ha bisogno di introduzioni: il sassofonista Joe (Curtis) e il contrabbassista Jerry (Lemmon) sono due musicisti squattrinati costretti a suonare in un’orchestra femminile, travestiti da donna, per essere stati testimoni di un regolamento di conti malavitoso. Nella loro doppia vita Joe/Josephine tenterà di sedurre la bionda suonatrice di ukulele Sugar fingendosi un magnate del petrolio, mentre Jerry/Daphne scoprirà che in fondo le vesti femminili non gli dispiacciono poi tanto.

Il fulcro della commedia, basato sull’ambiguità sessuale, si innerva in una serie di sottotesti non così secondari. È il 1929 (“Suppose the stock market crashes”, dice Joe a Jerry con fare canzonatorio), l’alcol circola a fiumi per tutto il film nonostante il proibizionismo, la malavita si è impossessata del contrabbando degli alcolici ed è ormai una piaga conclamata che miete vittime quotidianamente (la strage di San Valentino evocata da Wilder non è un’invenzione di sceneggiatura, ma un evento realmente avvenuto). L’immagine degli Stati Uniti alle soglie del crollo di Wall Street che Wilder ci consegna trent’anni dopo, insomma, non è l’immagine di un Paese sereno improvvisamente colpito da una sventura finanziaria provocata dalle speculazioni e dalla crisi europea, ma quella di un Paese in cui l’alcol è un’abitudine (“I can stop any time I want to, only I don’t want to”, spiega Marilyn bevendo un bourbon), in cui la malavita, ovviamente di origine italiana, spadroneggia mentre la polizia argina il fenomeno ma non lo sradica, in cui la donna del mondo dello spettacolo è donna a cui toccare il sedere, da sedurre, da corteggiare suo malgrado. Anche se è uomo. La distinzione fra classi sociali differenti è ancora molto marcata, e i due protagonisti vivono di lavoretti ed espedienti mentre Joe sperpera tutto sulle corse dei cani. Del resto al giorno d’oggi chi affolla le ricevitorie per affrontare la sorte con scommesse o gratta&vinci? Chi vive nell’agiatezza o chi arriva a fine mese con fatica?

Gli USA pre-crollo di Wall Street sono per Wilder un Paese dalle forti problematiche sociali, che il sorriso e le gag non possono comunque nascondere. In questo si rivela una delle tipicità dello sguardo di un regista che ha mutuato da Lubitsch la malizia e i tempi comici, aggiungendovi però quell’attenzione alla società e alla morale che renderà le sue commedie più sfaccettate e profonde, se non propriamente amare, come è il caso de “L’appartamento”. Qui però è il ritmo a dominare, supportato da un grande cast che Wilder dirige superbamente. La Monroe è come sempre l’ingenuità fatta persona; icona pop bionda e svampita, è entrata nell’immaginario collettivo mentre canta “I wanna be loved by you”. Curtis non solo si sdoppia, ma aggiunge anche una terza interpretazione, quella di un (finto) magnate del petrolio che parla con l’accento e la voce del divo Cary Grant: esilarante in ogni ruolo. Ed infine Lemmon (il mio preferito, devo ammettere) che è semplicemente Lemmon; un attore con la recitazione nel sangue, buffo e vero; solo lui poteva interpretare una Daphne uomo ma sensibile al fascino di un vecchio e arzillo figlio di mammà.

E il “caldo” che a qualcuno piace del titolo? Non può che essere l’hot jazz, al cui ritmo frenetico e sincopato si accende quella che è per me la miglior commedia americana di sempre.

 

La mia valutazione: 10/10

 

“Someone like it hot”, di Billy Wilder

 

 

Post che potrebbero interessarti

Published in Cinema Da provare almeno una volta nella vita

Comments

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *