“Satantango”, Béla Tarr (1994)

Satantango 3

 

Satantango 4

I diseredati di una piccola comunità agricola nelle sperdute campagne ungheresi attendono con ansia il pagamento del lavoro stagionale, per poter andar via da quella desolazione. L’arrivo di Irimias e Petrina, creduti morti da tempo, sembra mettere in pericolo i loro piani.

“Satantango” (“Sátántangó” in originale, quella precedente è la trascrizione utilizzata dal titolo americano) è il primo film realizzato da Béla Tarr dopo la caduta del Muro di Berlino e il conseguente crollo dei regimi sovietici nell’Europa dell’Est. E nonostante sia privo di chiari riferimenti temporali, il che si avverte ancora di più in un’opera dalla lunghezza spropositata quale questa, è lampante il legame con la chiusura dell’esperienza del comunismo, con i concetti di libertà, controllo, statalismo.

Il film è diviso in dodici parti, che si alternano su piani cronologici diversi, avanti e indietro nel tempo, come i passi di un tango, incastrandosi in una narrazione che elude e spiega al medesimo tempo.

Inizia con un’atmosfera di complotto. Tutti sembrano nascondere qualcosa agli altri; tutti sembrano voler agire all’insaputa degli altri, ai danni degli altri. Quella che dovrebbe essere una naturale aspirazione dell’animo umano, migliorare la propria vita e liberarla dalle secche paludose che la avvincono e la sporcano, diviene una cospirazione da nascondere, quasi fosse sbagliato sottrarsi all’immobilismo a cui sembra di essere condannati. Come se la propria libertà, la propria realizzazione, per una qualche inesorabile legge di natura, possa portare solo danno all’altro.

Eppure non si può rinunciare alla speranza che il futuro riservi una svolta, un cambiamento; ci si guarda in cagnesco, diffidando dell’altro e nutrendo cinismo, ma l’attesa per il momento della paga, e della liberazione, è palpabile. Fin quando si diffonde la voce che Irimias e Petrina si stanno avvicinando, e diventa chiaro che accadrà qualcosa.

Irimias e Petrina. Esseri già leggendari – si credeva fossero morti – pericolosi e profetici. Gli ex compagni li temono. La polizia li vezzeggia. I loro nomi risuonano nel film ossessivamente, e indissolubilmente legati. Ma Petrina è solo una spalla; il vero capo carismatico è Irimias. Nome da profeta, aspetto cristologico e penetrante intuizione dell’altro, Irimias si muove in nome di un piano superiore, e alla sua presenza magnetica non è possibile resistere. Lo interpreta Mihály Vig, compositore delle colonne sonore dei film di Béla Tarr sin da “Almanacco d’autunno” (1984), e qui anche collaboratore alla sceneggiatura, e lo spettatore stesso è avvinto dal fascino di questo misterioso lestofante, fino a quando, ai piedi di una bambina, tutto è rivelato, e il disprezzo per chi è considerato inferiore cela l’essere sottoposti al più forte.

 

Satantango 1

 

La disperazione della piccola comunità ritratta da Tarr ha il sapore familiare della meschina quotidianità; nessun evento riesce scalfire il ritmo desolato e banale della vita, osservata e annotata con attenzione dal Dottore, un personaggio quasi inamovibile, che dalla sua finestra controlla la vita esterna e redige poi un racconto da quegli appunti, un racconto che inizia come quello di László Krasznahorkai a cui “Satantango” è ispirato, diventando altro dalle parole scritte come pare diventare altro da sé stesso – rivedendo l’inizio del film si ha la chiara percezione di una pellicola che si evolve nelle sette ore di girato ufficiale rispetto a quanto preventivato in origine.

I personaggi di “Satantango” sembrano tutti in cerca di libertà, ma le stanze della burocrazia che fanno capolino nella storia rendono ancora più sordido e grigio il panorama; perché, come intuisce il Dottore…

 

Non s’avvedono che questa totale inerzia, passività, li consegna nelle mani di ciò di cui essi temono di più.

 

E da ciò che temono di più sono attratti senza potersene sottrarre, mentre l’unica cosa che allevia il limbo doloroso e astenico, in cui vivono senza rendersene conto, è l’alcol. Il ballo disperato, osservato da una bambina il cui senso del tragico quotidiano ha ormai raggiunto il limite, non ha nulla della poesia delle scene di ballo di “Perdizione” o “Le armonie di Werckmeister”. È un tango demoniaco di sensi ottenebrati, violenti e irrazionali. Di passività e sopraffazione, prevaricazione e contraddizione. E persino lì, nel movimento, domina un abbandono che li trascina qua e là, gli uni contro gli altri, stupidamente e ciecamente, quasi fosse una rappresentazione concreta di quella vita che l’uomo subisce e non cerca, patisce e non plasma; di quella ragione che pare solo una inutile appendice inservibile. Di quell’ironia che permea la vita umana, e fa pronunciare le più acute parole sulla libertà a chi contribuisce ad umiliarla, approfittando della paura degli uomini verso la libertà, che nulla ha di spaventoso.

Di quell’ironia che fa risolvere tanta tragica meschinità, kafkianamente, in squallidi uffici statali.

Precisa e diretta nell’inquadrare ciò che cerca, la macchina da presa segue la vita in tempo reale, iniziando da una lunga sequenza di mucche e passando per le eterne camminate dei personaggi che, come in un gioco beffardo, finiscono per tornare al punto di partenza. Segue i faticosi movimenti di un uomo pesante e malato alla ricerca del brandy con cui sopravvivere, e lo sguardo allucinato di una bambina che ha perso le coordinate della vita e non le trova sulla terra.

I suoni, le musiche, il reiterare ipnotico dei nomi di Irimias e Petrina creano il tappeto sonoro che ottunde i sensi dello spettatore, e quando si udiranno le campane anche lui, come il Dottore, avrà difficoltà a credere alle proprie orecchie, a credere che esista altro oltre l’eterno immobilismo. La libertà è veramente qualcosa di troppo grande per poter essere compresa dall’uomo.

Colossale, estenuante, splendido capolavoro sull’uomo e sulla sua disperazione innata.

 

Satantango 5

 

 

E tenterò di dimenticare tutto, con i piedi sempre nell’acqua calda, senza nulla da fare, se non guardare questa vita del cazzo che passa.

 

 

La mia valutazione:

 

Sátántángo,

Ungheria 1993,

Drammatico,

durata 450′ (ma le diverse fonti riportano durate diverse), b/n

Regia di Béla Tarr

Con Mihaly Vig, Putyi Horvath, Janos Derzsi, Miklos B. Szekely, Peter Berling

 

 

Le immagini sono tratte dal film “Satantango”, di Béla Tarr.

 

 

2 thoughts on ““Satantango”, Béla Tarr (1994)

  1. Ciao, Asaka.

    Basta, ho come la sensazione di essere l’unico homo sapiens sapiens a non aver ancora visto il fantomatico Sátántangó.
    Dovrò necessariamente trovare un po’ di tempo libero (perché intendo guardarlo senza interruzioni, un boccone unico…. *__*) e, soprattutto, il coraggio necessario. È pur sempre un’impresa.
    L’alone di leggendarietà che lo circonda costringe ogni buon amante del Cinema a intraprendere quest’avventura (termine sicuramente più adatto di un semplice “visione”).
    Mi sono convinto ieri quando ho visto questa analisi.
    Contento di leggere dei tuoi nuovi pensieri intrisi di passione cinefila (gli unici ai quali credo di poter rispondere senza sembrare uno stralunato >__<).

    • Ciao Jules,
      ammetto di averlo visto ad episodi (un’ora al giorno circa per una settimana); sette ore di fila non ce la potevo fare.
      Spero che ti piacerà, quando lo avrai visto, e che mi farai sapere il tuo parere.
      Penso che un film come questo vada visto non perché sia un must-see, ma perché insegna qualcosa sull’uomo.
      La mia passione cinefila è un po’ incostante, ma spero di non perderla mai.

      gli unici ai quali credo di poter rispondere senza sembrare uno stralunato >__<

      Sul sembrare uno stralunato non puoi competere con me, non ti ci mettere neppure. ;P

      Contenta io di averti letto. Grazie, Jules.

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