“Dancer in the Dark”, Lars Von Trier

“Dancer in the Dark” è uno dei film più crudeli che abbia mai visto. Forse il più crudele. La violenza dell’uomo contro l’uomo è messa in scena in maniera così schiacciante ed inequivocabile da non lasciare fiato allo spettatore, per molto tempo anche dopo la visione.

Selma Jezkova è una giovane madre emigrata dalla Cecoslovacchia in America nel tentativo di dare un futuro al figlio Gene. La donna ha una malattia agli occhi che la sta rendendo progressivamente cieca, e solo un’operazione può evitare al figlio il medesimo destino.
La vita di Selma è fatta di sacrificio; la sua cecità è nascosta a tutti, ai colleghi di fabbrica come ai vicini di casa, e tramite sotterfugi Selma riesce a dedicare l’intera giornata al lavoro per poter risparmiare quanto necessario per l’intervento.

La sua unica valvola di sfogo è la musica. Selma ama i musical, dimentica la vita reale per immaginare che il mondo attorno a sé si animi in ritmo e danze, e la sera partecipa alle prove per la messa in scena di “The Sound of Music”, il celebre musical del 1959 portato poi sul grande schermo da Robert Wise e interpretato da una Julie Andrews da poco reduce da “Mary Poppins”.

Il film è una tragedia; il crescendo di crudeltà e violenza è inesorabile, e le note di “New World”, che accompagnano i titoli in coda, non leniscono minimamente gli ultimi tremendi quindici minuti della pellicola.

Fedele al minimalismo e all’uso della telecamera a spalla professato negli anni della fase “Dogma”, Lars Von Trier pedina i suoi personaggi, affonda i primi piani nei loro volti stanchi, spettinati e comuni. Poi Selma inizia a vivere nel suo mondo fantastico, e alla telecamera da spalla di impostazione fredda e naturalistica si sostituiscono decine di telecamere, colori più saturi e inquadrature artistiche. Nonostante tanta cura, la realizzazione non è perfetta, gli attori non sono sempre a proprio agio nel cantare o mimare il cantato, Catherine Deneuve nei panni della matronale “Cvalda” (così la soprannomina Selma per la robustezza fisica) è a volte fuori parte, e Bjork rimane l’interprete più convincente a trascinare emotivamente lo spettatore durante l’intero film.

Sue sono le musiche della colonna sonora, raccolte in un disco intitolato “SelmaSongs”. Nel disco i brani sono tutti riarrangiati e nuovamente cantati; in alcuni gli attori sono sostituiti (in “I’ve Seen it All” Peter Stormare è sostituito da Thom Yorke, leader dei Radiohead, che Bjork voleva fortemente come attore nel film senza riuscire però a convincere Von Trier). Ai testi hanno invece lavorato Lars Von Trier e Sjòn Sigurdsson, ed è difficile non ammettere la profondità del Von Trier scrittore quando mette da parte il suo amore per le provocazioni.

Selma vive in America ma il suo cuore è nell’Europa dell’Est; lì ha imparato ad amare i musicals, ed è da lì che prendono forma e vita le coreografie di operai in fabbrica o di lavoratori sudati di ritorno su un treno merci, simbolo di una cultura basata sul lavoro a cui si oppone quella basata sul benessere e sull’apparire statunitense, in nome del quale è lecito commettere qualsiasi delitto.

L’America tratteggiata da Von Trier è un luogo oscuro e privo d’aria in cui si intrattengono falsi rapporti di amicizia e generosità se ci si trova in una posizione di vantaggio rispetto all’altro, e si è disposti a calpestare la fiducia ed i sentimenti più puri quando questo vantaggio viene a mancare. L’altro non è un proprio simile, ma uno strumento, e lo rimane fino alla morte. Così viene a frantumarsi, nella scena cruciale del film, il sincero e profondo rapporto di amicizia di Selma per il suo vicino poliziotto Bill.

Le figure amicali sentitamente vicine a Selma faranno di tutto per aiutarla, ma non è nella classe sociale più umile che è possibile trovare salvezza fisica. Non ancora.

La salvezza della propria dignità invece passa ancora per sé stessi. Fuggendo con la mente durante un processo, portando coerentemente avanti le proprie idee e decisioni al prezzo della propria vita, cercando disperatamente un suono, un qualsiasi suono, dal condotto dell’aerazione per poter cantare e vivere.

I 107 passi che Selma percorre portando calore ed abbracci nei detenuti del braccio della morte sono strazianti per l’intensità e l’empatia della protagonista.

Al termine della visione rimane il vuoto, ed un senso di disperazione difficile da arginare.

 

 

 

La mia valutazione:

 

 

 

2 thoughts on ““Dancer in the Dark”, Lars Von Trier

  1. Nonostante la tua eccelsa recensione, mi dispiace ma non credo che guarderò questa pellicola non mi va di sentirmi dentro quelle due ultime tue righe.
    Sai che invece dicono, sono voci di corridoio, ma hanno anche una valenza scientifica che i film sereni, comici quelli in cui ridi di gusto facciano bene alla salute, risollevino gli animi e diano una spinta a veder non dico rose, ma almeno sfumato di rosa… ;) lo sai che ti stuzzico… ciao Asaka, a presto!

    • Ma sai che noia essere sempre serena e felice? A me piace soffrire! :P

      Puoi non crederci ma ho fatto un grande sforzo di volontà a rivedere questo film. :)

      Perché mi è rimasto dentro dalla prima volta che lo vidi… oltre dieci anni fa. Meritava un’ultima visione.

      Ciao Ximi.

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